La straordinaria storia di nonno Felice
dove finiscono le memorie iniziano le fonti
(da una ricerca genealogica, la romanzata vita di un uomo nato due secoli fa)
di Carlo Degiorgi
formato A5, n. 294 pagine
TUTTO EBBE INIZIO
A Borgofranco, quella sera, regnava un silenzio assordante. La campagna circostante sembrava dormire un sonno profondo e il fiume, poco lontano, seguiva il suo corso lentamente, così come lenta era la vita a quei tempi. Improvvisamente, un vagito squarciò il buio. La nascita di un bambino, in una famiglia di contadini a quell’epoca, giungeva come una benedizione e così aprì gli occhi al mondo una creatura talmente desiderata da sembrare un fatto sorprendente: il miracolo della vita si era compiuto.
Mamma Francesca[1] aveva quasi 40 anni e dopo aver partorito il suo bambino, appariva stremata. Lacrime e sudore comparvero sul suo volto trasfigurandolo in una smorfia di sofferenza. Poi, i suoi meravigliosi occhi celesti, si aprirono ad osservare chi le stava intorno e la stanchezza lasciò il posto ad un timido sorriso di gioia. Diede un bacio sulla fronte al piccolo ancora sporco e si addormentò profondamente.
Nonna Maria glielo tolse dolcemente dalle braccia e se lo mise in seno mentre le altre donne avevano già preparato la grande tinozza piena d’acqua calda per lavarlo. Il bimbo, improvvisamente, smise di piangere, rassicurato dalle amorevoli braccia dell’anziana donna che gli trasmetteva il tenero affetto di una nonna.
Difatti Maria, che in passato aveva accudito molti dei suoi figli[2] era assolutamente pronta ad affrontare quel tipo di situazione, con una naturalezza che sembrava non lasciare nulla al caso.
Un rituale assolutamente meraviglioso, svolto in maniera tale da diffondere nell’aria un aroma “antico” fatto di tepori e profumi leggeri che si sprigionavano da quella tinozza, talmente avvolgenti da riempire ogni area circostante di una nebbiolina leggera.
Come cullato da quelle dolci braccia, il piccolo sorrise piacevolmente a quel tepore mentre veniva avvolto in quelle fasce morbide, preparate per l’occasione dalle sapienti mani delle zie, esperte rammendatrici di tessuti.
In quelle circostanze tutte “al femminile” i padri venivano allontanati, fatti uscire dalla stanza finché ogni compito non fosse terminato. Quando tutto fu compiuto, Maria chiamò suo figlio dandogli la notizia del lieto evento: il bambino e la mamma stavano bene e tutto era andato per il meglio. Severino, il padre, non ci credeva perché le esperienze passate non erano state positive.
Era la sera del 21 Settembre 1820 e in casa Degiorgi, a Borgofranco, nacque un bambino che avrebbe dato speranza al futuro della famiglia.
Dopo un periodo piuttosto difficile, in cui la sventura sembrava essersi abbattuta su quelle terre, venne al mondo colui che fu, da subito, considerato un importante punto di riferimento per tutti, senza minimamente immaginare cosa avrebbe riservato loro il futuro. Severino era così felice tanto da toccare il cielo con un dito e decise di chiamare suo figlio Felice Fortunato. Proprio così: Felice Fortunato Degiorgi. Quel nome doveva far dimenticare momenti in cui la vita sembrava rifiutarsi di proseguire.
Francesca si svegliò dal torpore dovuto alla stanchezza e vide il suo bambino avvolto nel lenzuolo, tra le braccia di Maria che glielo consegnò, come un rito solenne, come a simboleggiare un passaggio importante tra passato e presente. La famiglia Degiorgi aveva un erede e il momento fu davvero meraviglioso per tutti. Francesca pensò quale gioia avrebbe provato se ci fossero stati i suoi genitori: anche loro avrebbero potuto assaporare quel momento e provò una stretta al cuore. Fece poi un bel respiro e pensò che doveva essere felice, come il nome di suo figlio, approvandolo senza esitazione. Per quanto Severino e Francesca ne sapessero, nessuno dei loro antenati aveva mai portato quel doppio nome.
Gli avrebbero portato bene!
[1] Maria Francesca Guarnaschelli (1783-1840) moglie di Severino Degiorgi (1786-1867), i miei quadrisavoli seguendo la genealogia patronimica, mamma di Felice, il protagonista di questo racconto.
[2] Maria Domenica Biancardi, moglie di Giulio Degiorgi (i genitori dei miei quadrisavoli), ebbe 7 figli dei quali Severino fu il terzogenito. Sono i nonni di Felice, il protagonista di questo racconto.
UN PO’ DI STORIA
Perché si parla continuamente di brutti momenti? Occorre fare un tuffo nel passato di questa famiglia, tornando indietro, di una generazione:
… Severino e Francesca lavoravano la terra e da essa ne raccoglievano i frutti. Entrambi di umilissime origini, non avevano alcun titolo e possedevano quel poco che bastava per vivere. Entrambi figli di quella paludosa Lomellina rivierasca del grande fiume Po. Severino (battezzato come Pietro Francesco Severino Degiorgi) nacque a Borgofranco (Loci Burgi Franchi) il 17 gennaio 1786 da Giulio Paolo (1762-1800) e da Maria Domenica Biancardi (1760-1829), terzogenito di 6 figli. Francesca (battezzata Francesca Maria Guarnaschelli) nacque a Cambiò (Loci Campi Beati et Sparvara) il 1°settembre 1783 da Francesco Carlo (1753-1785) e da Teresa Gagliardi (1757-1800), unica figlia di questa coppia perché il padre morì per un “crudel morbo” quando Francesca aveva soltanto due anni. Si sposarono a Borgofranco il 22 febbraio 1805, lui a 19 anni, lei a 22, entrambi giovani, pieni di speranza per un futuro gioioso, insieme, in un periodo piuttosto difficile, pieno di tumulti e di guerre circostanti per l’incombenza, in quei territori, degli eserciti di Napoleone. La Lomellina, in quel periodo faceva parte del Regno di Sardegna.
I due giovani, facevano progetti, volevano creare una famiglia e avere dei figli da crescere, nonostante le sempre più frequenti inondazioni del fiume in quel periodo. Il 4 febbraio 1806 Francesca stava male, aveva le doglie del parto e, presa da forti dolori e terribili contrazioni, partorì una bambina priva di vita. Il dolore era tale che i genitori non vollero nemmeno darle un nome, presi da angoscia mista a rabbia. In quello stesso giorno, la piccola senza vita venne battezzata dall’ostetrica Marianna Dall’Occhio e sepolta nel cimitero locale. I genitori, timorati di Dio, abbattuti dalla sciagura ma ferventi di una fede profonda, decisero di provarci di nuovo e di avere un altro figlio. Il 19 aprile 1807 nacque Giuseppe e la luce di una nuova vita entrò in casa Degiorgi allietando tutti. La felicità che la famiglia stava gustando nel modo più assoluto, venne presto interrotta da una tragedia: il 20 ottobre di quello stesso anno, Giuseppe volò in cielo a soli 6 mesi di vita. Severino e Francesca avevano perso il loro secondo figlio. Di nuovo le tenebre calarono inclementi sui poveri genitori. Come se non bastasse l’anno seguente, il 1808, una tremenda alluvione del Po, distrusse l’abitato di Borgofranco inghiottendolo definitivamente. Gli abitanti si misero in salvo tentando di recuperare quel poco che avevano: i loro affetti, le loro cose.
Il paese venne ricostruito più lontano dal fiume nel luogo dove oggi sorge il comune di Suardi. La vita nel borgo riprese e il Po a volte amico ma talvolta anche grande nemico, ora faceva un po’ meno paura. Passarono alcuni anni e arrivò l’estate del 1813. Il 16 giugno Francesca diede alla luce un bambino ma per la terza volta la sventura gravò sulla famiglia Degiorgi. Il piccolo nacque senza vita. Sembrava proprio che Severino e Francesca, per qualche atroce beffa del destino, non dovessero diventare genitori. Venne battezzato e direttamente sepolto. Un altro bambino “sine nomine” (senza nome) venne scritto nella storia di quel periodo, in cui anche venire al mondo era un problema. La tristezza, il pianto, l’amarezza pervasero quella coppia, sconfitta dalla sorte. Decisero di lasciar perdere e non provarci più. Severino era un uomo adulto di 27 anni (sicuramente, lavorava già da almeno vent’anni) e Francesca, più vecchia di lui ne aveva 30. In un arco temporale di sette lunghi anni, la coppia non pensò più a crearsi una famiglia fino all’arrivo dell’anno della svolta: il 1820.
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In quella casa regnava un’atmosfera così festosa che si poteva percepire in ogni minimo dettaglio, come se la vita della famiglia Degiorgi si fosse miracolosamente trasformata, come se quella triste nebbia che avvolgeva ogni cosa si fosse improvvisamente dissolta, svelando la bellezza di tutto l’ambiente circostante, oscurato tristemente da sette anni di desolazione. Il nulla si era improvvisamente trasformato in “tutto”, come se la vita si rianimasse dopo una lunga pausa di rassegnazione e sgomento.
Il bambino era bellissimo con due occhioni splendidi che osservavano quel mondo rurale e l’atmosfera che regnava in casa era veramente densa di amore. Severino era prudente perché dopo tutto quello che gli era successo, temeva il peggio da un momento all’altro. Era però convinto che questa fosse la volta buona e quel bambino sarebbe vissuto. Voleva prenderlo in braccio per coccolarlo ma tutte le donne presenti in quella casa (la madre, la moglie e le altre aiutanti che erano accorse per il lieto evento) glielo negarono consigliandogli di recarsi in canonica da don Francesco[1] e accordarsi per il battesimo del figlio.
“Don Francesco glielo porto adesso?” chiese Severino al parroco, impaziente come un bambino che non sa aspettare.
“Ma figliolo, ormai è quasi notte, la giornata sta volgendo al termine, ci penseremo domani mattina, all’alba” rispose il parroco mettendogli una mano sulla spalla.
Severino, agitato, gli chiese:” Reverendo, devo aspettare fino a domani?”. Il parroco lo invitò a recitare una preghiera e a non preoccuparsi perché presto sarebbe arrivato il momento che tanto attendeva.
Corse a casa per lo stretto sentiero, schiarito dai riflessi della luna e da un firmamento stellato che sembrava volerlo guidare ovunque andasse. A casa, trovò Felice che dormiva in braccio a mamma Francesca che, udito il cigolio della porta, si era svegliata. Severino le disse: “Domani mattina alle sei andremo tutti in chiesa per battezzare il bambino”. Francesca si riaddormentò e lui non la disturbò più fino al sorgere del sole, quando l’alba di un nuovo giorno avrebbe accolto tutta la famiglia in un clima sereno e festoso.
Le prime luci dell’aurora fecero capolino all’orizzonte, specchiandosi sul grande fiume. Erano le cinque del mattino ed entro un’ora bisognava essere in chiesa. Non era una mattina in cui fervevamo chissà quali preparativi: ci si alzava, si faceva colazione con del pane secco ma ci si preparava per il solenne battesimo del piccolo. I genitori, il bambino, la nonna, il padrino e la madrina che erano i vicini di casa, invitati dalla famiglia per presenziare, si recarono in chiesa. Non era di certo una festa in pompa magna, un “gran galà” dell’alta aristocrazia ma soltanto una cerimonia semplice, fatta di poche persone, le più intime. Ci si voleva bene, senza sfarzi, senza fronzoli inutili: una giornata come tante che sarebbe iniziata invece con rito religioso.
Francesca, Severino, mamma Maria si prepararono per l’occasione tirando fuori dal vecchio armadio, i vestiti di tutti i giorni. Maria, vedendo Francesca che si stava pettinando, prese un fiore da un vaso sulla finestra e le ornò i capelli. Severino finì di sistemarsi il nodo del foulard in tessuto grezzo, si mise le scarpe ed era pronto. Maria vedendo quei calzari sporchi ai piedi del figlio, lo sgridò: “Tä ghé miä intension dä gnì in cesä con cui scarp tüt immältà!?” (Hai mica intenzione di venire in chiesa con quelle scarpe tutte sporche di fango!?). Severino, prontamente: “No mamä, ä serä invià ä fai pulìd!” (No mamma, li stavo pulendo) brandendo un fazzoletto trovato da qualche parte, in casa.
Felice era stato preparato per l’occasione, pulito e profumato, avvolto nelle sue fasce. “Va ä ciämà i nos ävsìn che ändumä” (vai a chiamare i nostri vicini che andiamo) disse Maria a Severino mentre chiudeva la porta di casa.
La famiglia Degiorgi abitava a circa 15 minuti di strada dalla chiesa parrocchiale già aperta a quell’ora per la consueta messa in albis.
Si incamminarono per il sentiero e percorsero tutti insieme quell’umida campagna. Mamma Francesca cercava di riparare il bimbo dalla rugiada del mattino che gli bagnava il visino. Il loro arrivo alla chiesa di San Bartolomeo Apostolo venne accolto da don Francesco Bosio che si trovava già davanti al portone insieme a due assonnati chierichetti.
“Il Signore sia con voi, figlioli” disse il parroco appena li vide invitandoli a prender posto, davanti al fonte battesimale.
“Che nome date al vostro bambino?” chiese ai genitori emozionati.
“Felice Fortunato” risposero con voce forte e solenne. Era un nome bellissimo, nessun antenato prima di lui aveva portato quel nome[2] (che loro sapessero ovviamente). Il padrino era Felice Arpiani, un contadino vicino di casa e la madrina era sua moglie, Angela Maria Grossi. I nomi scelti erano questi: probabilmente il nome Felice gli fu imposto in onore del padrino e Fortunato perché il destino era stato benevolo e forse sarebbe stato di buon auspicio per una lunga vita come tutti gli auguravano.
“Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Felice Fortunato, ora sei figlio di Dio” disse don Francesco “accogliamolo nella comunità di Borgofranco” aggiunse allargando le braccia in segno di affetto e di lode al Signore. Proseguì la Santa Messa e al termine, invitò la famiglia in sacrestia per la compilazione dell’atto di battesimo. Lo scrisse in un perfetto latino e lo lesse ai presenti. Il nome di “Felix Fortunatus Degiorgi” era stato registrato e giusto il tempo di far prendere un po' d’aria all'inchiostro per farlo asciugare, venne riposto insieme agli altri atti nel polveroso archivio della canonica. Quel bimbo era il quarantesimo battezzato del 1820.
Dall’atto di battesimo:
“Anno Domini Millesimo Octigentesimo Vigesimo die vero vigesima prima 7bris. Ego Franciscus Bosio Rector baptizavi infantem hac mane hora decima quarta natum ex Petro Severino Degiorgi et Francisca Maria Guarnaschelli jugalibus cui impositum fuit nomen Felix Fortunatus. Patrini fuerunt D.nus Felix Apiani et Angela Maria Grossi filia Aloysii ad hoc idonei”
Al termine della celebrazione, alle 6 e mezza del mattino, tornarono a casa, riposero il piccolo nel suo lettino e si prepararono ad affrontare l’ennesima giornata di lavoro nei campi, che durò fino a tarda sera, quando i loro occhi si chiusero per la stanchezza. A differenza di quegli anni bui e pieni di solitudine, questa volta le prospettive di Severino e Francesca erano diverse, tanto da iniziare a fare progetti per un futuro nuovo. La nascita del figlio aveva dato loro speranza e quella famiglia che risiedeva da oltre duecento anni al Burg stava cercando di “cambiare aria”. L’alluvione del 1808 aveva ridotto drasticamente le loro risorse e il paese, per Severino iniziava a non essere più quello che ricordava. Il padre Giulio era riuscito ad acquistare un terreno nella vicina Cairo e aveva messo da parte qualche risparmio che, per fortuna, non era andato perduto. Severino, con quella somma, iniziò a pensare che forse era arrivato il momento di staccarsi da quella terra ed andare in un altro posto dove c’erano più lavoro e più prospettive. Le terre degli Isimbardi, ricca famiglia milanese ma originaria del pavese avrebbero potuto garantire a Severino e alla sua famiglia un futuro migliore.
Non succederà immediatamente, ma tutto questo accadrà, molto presto.
[1] Don Francesco Bosio, parroco di Borgofranco dal 1817 al 1849, pastore della comunità per ben 32 anni. Fu colui che curò personalmente gli indici alfabetici degli atti parrocchiali, favorendo le ricerche d’archivio per le persone come me.
[2] Dalle ricerche effettuate, nessun antenato diretto o collaterale ha avuto questo nome, il nonno si chiamava Giulio, il bisnonno Pietro Francesco e gli altri prima di questi Giulio Giuseppe, Angelo Francesco, Ambrogio, Antonio e Gerolamo. Ma questo l’ho scoperto io, molto più tardi: loro non lo sapevano. Tuttavia, Severino aveva conosciuto appena suo padre Giulio, morto nel 1800 quando aveva 14 anni. Il nonno Pietro Francesco non lo aveva nemmeno conosciuto perché era morto 3 anni prima che lui nascesse, nel 1783.
DA BORGOFRANCO A CAIRO: L’INFANZIA
Dalla nascita di Felice passarono circa tre anni e in questo lasso di tempo successero tante cose[1]. Eravamo nel primo quarto di secolo dell’800, in un contesto prevalentemente agricolo in cui i ricchi davano lavoro e ospitalità ai poveri in cambio della loro manodopera. I bambini come Felice giocavano con quel poco che c’era. Nonna Maria gli aveva costruito un pupazzetto di stoffa fatto con le pezze consulte ed avanzate di qualche straccio e papà Severino glielo aveva abbellito con due piccoli bottoni neri per occhi e due lembi corti e stretti per il naso e la bocca. Felice era un bambino adorabile che, dato che la vita non gli aveva regalato fratelli o sorelle, giocava spesso da solo o con i figli dei vicini di casa suoi coetanei, (i tre bimbi della famiglia Arpiani[2]). I Degiorgi e gli Arpiani avevano in comune una stalla con alcune vacche, un toro e dei vitellini. In quel luogo i bambini giocavano a nascondino, rincorrendosi tra le greppie e sfiorando pericolosamente gli attrezzi agricoli lasciati in giro dagli anziani. Noncuranti del pericolo, capitava spesso che brandissero dei rastrelli come spade, inscenando immaginarie battaglie per la conquista di un qualche luogo inesistente. Il mondo dei bambini di quel tempo era fantasioso, semplice, spontaneo e innocente ma, sicuramente meraviglioso.
Arrivò così la mattina dell’11 Aprile 1823 quando Severino e Francesca, decisero di andarsene da Borgofranco e costruire il loro futuro a Cairo. L’uomo era un umile contadino analfabeta, che però aveva progetti[3] ambiziosi in mente ed un coraggio che nessuno dei suoi antenati aveva mai avuto: abbandonare il proprio paese, ma senza rinnegare le origini. Felice non capiva ancora bene quel che stava accadendo e che si sarebbe dovuto trasferire in un altro posto. Per suo padre furono giorni di intensi preparativi: aveva infatti perso la settimana a riparare un carretto malandato, sistemandolo alla bell'e meglio, giusto da permettergli di affrontare il viaggio con tutta la famiglia. Con i pochi averi che possedevano c'era anche un vitello che, crescendo, sarebbe stato utile al sostentamento di tutti.
Il bimbo aveva un ultimo desiderio: “Päpà, von ä sälütà i mé ämis” (Papà vado a salutare i miei amici). Severino acconsentì e mamma Francesca gli disse: “Và gioiä, và pürä” (vai gioia, vai pure). Ci andarono insieme, Felice abbracciò i suoi piccoli amici, Francesca diede loro un bacio in fronte e strinse a sé i loro genitori ringraziando per tutto quello che avevano fatto. Li avrebbero portati nel cuore per il resto della loro vita. Quella partenza sarebbe rimasta nei loro ricordi non come un addio ma come un nuovo inizio.
Da parecchio tempo Severino e Francesca avevano sentito parlare di Cairo, di Pieve, delle Cascine di Guazzora[4], della Guja. Lei era nata nella vicina Cambiò ma la madre, Maria Caterina Gagliardi era originaria di quei luoghi e si ricordava, fin da bambina, che “ä lä Pièv” (a Pieve), come diceva la madre: “gh’erä l’ariä bonä” (c’era l’aria buona). Lui aveva trovato un lavoro ed un alloggio nel grande stabile di Palazzo Isimbardi e avrebbe lavorato anche alla cascina Guja (la cui proprietà era della famiglia Salvaneschi). Felice si ambientò bene nel borgo di Cairo. C’era fermento, vita, tante attività e ci stava bene, curioso com’era. C’era la chiesa a pochi passi e Francesca avrebbe lavorato in campagna, aiutato il marito e fatto la ricamatrice per la famiglia Isimbardi, diventando piuttosto brava. Severino avrebbe lavorato la sua terra assieme a quella dei suoi datori di lavoro; inoltre, il rettore Don Carlo Rolandi gli avrebbe fatto scoprire una professione quasi del tutto estranea: quella del sacrestano. Severino accettò senza riserva e si impegnò moltissimo, per parecchio tempo[5]. È probabile che non ci fosse soltanto lui a svolgere questo impiego ma anche altre persone.
Era un lavoro piuttosto impegnativo perché i sacerdoti, a quell’epoca, erano più occupati, le Sante Messe erano più frequenti e il sacrestano, oltre ad essere responsabile della custodia delle suppellettili, preparava gli arredi per le funzioni e si occupava delle campane e dell’orologio. Severino prendeva servizio all’alba, prima di recarsi al lavoro e lo riprendeva al tramonto, dopo le fatiche nei campi. Sette giorni su sette, 365 giorni l'anno. Il suo tempo libero era la sera dopo cena, durante la quale trovava il tempo per stare un po’ con il bambino e con sua moglie, prima di “crollare” dal sonno.
Felice cresceva, i passatempi per i bambini non erano molti e spesso le sue aspettative si scontravano con la brusca realtà che imponeva a mamma e papà di lavorare costantemente tutto il santo giorno per poter sopravvivere. Anche la nonna andava al lavoro che però le occupava solo mezza giornata: mattino o pomeriggio.
Nel 1826 andava a lavorare con il padre presso gli Isimbardi e alla cascina Guja: due manine piccole e veloci facevano comodo per certe mansioni e allora, si iniziava a lavorare da piccoli. Non erano lavori pesanti quelli che faceva ma considerando i suoi sei anni, potevano già bastare. Faceva le commissioni, portava piccoli secchi d’acqua per dissetare i contadini, puliva le stalle e teneva in ordine l’ambiente di lavoro. Felice stava diventando un aiuto indispensabile a tutti.
Ma era soltanto un bambino e gli adulti lo ricompensavano facendolo riposare tra un lavoro e l’altro, permettendogli di giocare all’ombra di una pianta, consentendogli anche di dormire quando era stanco. Agli occhi attenti del papà e degli altri genitori non sfuggiva nulla se si trattava del bene dei loro figli.
Felice era un bambino che non si risparmiava soprattutto se si trattava di dare una mano al padre, così ogni sera, tornando dal lavoro, lo seguiva in chiesa per la messa del “vespro”. Era molto sveglio per la sua età e quando si accorgeva che papà, inginocchiato ai piedi dell’altare si addormentava per la stanchezza, gli dava una gomitata (gumià) e gli sussurrava all’orecchio: “Papà, lä mäsä l’è no äncurä finì … stà svìg, indrumentät no!” (Papà, la messa non è ancora finita, stai sveglio, non addormentarti!).
Così quando Severino si perdeva qualche passaggio nel dare le risposte alle preghiere del prevosto, Felice interveniva facendo la voce grossa, rispondendo al suo posto e risolvendo la situazione. Al termine della Santa Messa, don Francesco benediva quel pover’uomo e suo figlio dicendo al piccolo: “Porta la benedizione del Signore anche alla tua mamma, mi raccomando”. Mentre faceva questo, arrotolava dentro un tovagliolo (äl mäntìn) un pezzetto di pane dolce dicendogli: “Sei un bravo bambino, te lo sei meritato, che Dio ti benedica per tutto quello che fai ogni giorno!”. Il piccolo ringraziava con un “Sia lodato Gesù Cristo” e prendendo per mano suo padre, si incamminava verso casa che, fortunatamente, distava poche decine di metri.
Severino non sarebbe riuscito a fare un metro in più, perché la stanchezza che provava era troppa e una volta a casa, spesso, la fatica vinceva sulla fame.
[1] L’infanzia di Felice non la conosciamo, dai documenti rinvenuti non sappiamo nulla di quello che abbia fatto da piccolo ma, facendo una ricostruzione storica di quei luoghi, in quel periodo, possiamo immaginarla benissimo.
[2] Si leggerebbe anche Apiani o Appiani, ma la famiglia Arpiani è tuttora presente a Borgofranco che oggi si chiama Suardi. Erano padrino e madrina del bambino.
[3] Severino imparerà a scrivere, lo scoprirò più avanti, da diversi documenti parrocchiali di Cairo, dal 1838 in poi. Imparerà anche a leggere, successivamente. Lo scopriremo: la sua vita non fu affatto breve.
[4] L’abitato di Cascine Nuove (ora frazione di Pieve del Cairo), un tempo si chiamava proprio così: Cascine di Guazzora.
[5] Ci sono molti atti parrocchiali di Cairo in cui lui firma come testimone a battesimi, a nozze, ad esequie funebri.
L’ADDIO A NONNA MARIA
Da qualche mese, nonna Maria era tornata nuovamente a Borgofranco, non era più la donna sana e dall’aspetto colorito di un tempo, per questo motivo, pensando al peggio era voluta tornare al paese natale. La accudiva Cristina[1], una delle sue figlie rimasta vedova con 4 bambini ancora piccoli. Aveva visto di buon occhio il ritorno a casa dell’anziana madre che le avrebbe tenuto compagnia.
Prima di partire per Borgofranco, nonna Maria aveva raccomandato al piccolo Felice: “Äm räcumändi nanu, fa sempär äl brav fiulìn” (mi raccomando piccolo, fai sempre il bravo bambino). La curiosità del bimbo spinse a chiederle: “Nonä, pärché ät vé viä?” (Nonna, perché vai via?). La Nonna diede un grosso bacio sulla fronte del piccolo e lo salutò come se fosse l’ultima cosa che sentiva di fare. Abbracciò Francesca ma non le riuscì di salutare Severino perché era al lavoro e sarebbe rincasato verso sera. Madre e figlio insistettero perché restasse ad aspettarlo ma la nonna decise di partire per quel viaggio che sarebbe stato l’ultimo. Quell’anno aveva trascorso il Natale a Cairo, con suo figlio, sua nuora ed il suo adorato nipote.
Era la mattina del 5 febbraio del 1829, Maria stava molto male. Nel mese trascorso sembrava essersi ripresa, ma quel giorno, improvvisamente, svenne tra le braccia di Cristina. Aprì gli occhi e chiese: “Ciamä äl prév che l’è urä” (chiama il prete che è ora). Cristina, in preda al panico e all’angoscia, mandò uno dei suoi bambini ad avvertire don Francesco e a riferirgli che la nonna stava molto male.
“Figliolo caro, arrivo subito ma non riesco a correre come te. Intanto vai, io cerco di fare più in fretta che posso” disse il sacerdote al ragazzo. Prese con sé il breviario, la stola viola e l’acqua santa per la benedizione e si precipitò dalla nonna.
La trovò sdraiata sul letto ma fortunatamente ancora viva. Don Francesco le si mise accanto e pregò dandole l’assoluzione dai peccati e l’unzione degli infermi. La donna si riprese, come se quella medicina spirituale avesse risolto ogni disturbo. Cristina chiese ad un suo vicino di casa che possedeva un carretto, di recarsi a Cairo ad avvisare Severino, Francesca e il piccolo Felice augurandosi di vederli arrivare in tempo prima che succedesse il peggio. Mario attaccò il carretto al cavallo e corse alla volta di Cairo, passando da Gambarana, tagliando per San Martino fino alla Guja.
Arrivò sulla via principale del borgo e si mise ad urlare: “Severino, Francesca, vostra madre sta molto male”. Soltanto Felice sentì quella voce che arrivava dalla strada, uscì e apprese la brutta notizia dal Mariu däl Burg. “Von a ciämà päpà che l’è in més di cämp” (vado a chiamare papà che è in mezzo ai campi) disse Felice che si precipitò verso la campagna alla ricerca di Severino. Mariu intanto aveva caricato Francesca sul carro. Dopo circa quindici minuti arrivarono, saltarono sul sedile e il Mariu afferrata la frusta fustigò il povero cavallo partendo come una furia alla volta del Burg. “Sperumä dä fa in temp gioiä” (speriamo di fare in tempo, gioia) disse mamma Francesca a Felice, asciugandogli il sudore dalla fronte per la folle corsa. Speravano di giungere in tempo e di vederla ancora per l’ultima volta.
Arrivarono finalmente al Burg ed in prossimità della casa di zia Cristina, Felice saltò giù dal carro e si precipitò in casa. Severino e Francesca lo raggiunsero subito dopo, insieme al Mariu. La visione del piccolo non fu delle migliori. Era soltanto un bambino e, sicuramente era la prima volta che vedeva un moribondo. Titubante, prese coraggio e si avvicinò al letto sul quale giaceva la nonna.
“Nonna, mi senti?” le chiese timidamente “…vero che mi senti?” aggiunse con la stessa tonalità di voce dandole un bacio sulla fronte. Nonna Maria, agonizzante, aprì gli occhi e quando riconobbe Felice, accennò un timido sorriso e disse: “Gioiä bélä, son propi cuntentä che t’è gnü ä truàm” (Gioia bella, sono proprio contenta che sei venuto a trovarmi). Poi, carezzandogli il viso, alzò la testa trovando gli sguardi compassionevoli di tutti i suoi figli e dei nipoti. La stanza era piena di calore famigliare e d’amore per nonna Maria.
I suoi grandi occhi pieni di commozione parlavano da soli passando in rassegna ognuno dei presenti, si soffermò un attimo in più sui figli: Severino, Cristina, Veneranda e Marianna. A loro rivolse le raccomandazioni più importanti, tutte le premure che una madre è solita fare ai figli, anche se già maturi e sposati. Il suo testamento non aveva un valore economico perché la famiglia era povera ma avrebbe lasciato un ricordo indelebile nel cuore di tutti. Maria, nelle sue ultime ore di vita mostrava una serenità imperturbabile come chi non ha pegni con la vita.
Volle che tutte le persone presenti uscissero dalla stanza ad eccezione dei quattro figli ai quali fece un discorso semplice ma concreto. Mamma Maria parlava soltanto in dialetto, l’italiano lo conosceva poco, non sapeva né leggere né scrivere ma la saggezza che usciva dalle sue semplici parole era qualcosa di veramente disarmante. Si rivolse ad ognuno di loro dicendo, con molta fatica: “Son cuntentä cä si tüti chi insémä ä mi. Ünestà, sempär, värgognä, mai. Téstä ältä, guärdè ävänti pärchè i temp i gnärän veräment dür. Eh, ültmä robä … äm räcumändi … tinì dä cünt i mé fiulìn”. (Sono contenta che siate tutti qui insieme a me. Onestà, sempre, vergogna mai. Testa alta, guardate sempre avanti perché i tempi che verranno saranno veramente duri. Eh, ultima cosa, mi raccomando, abbiate riguardo per i miei bambini)
Non avrebbe mai fatto preferenze perché i suoi figli e i nipoti erano da lei considerati tutti allo stesso modo ma, in punto di morte, Maria guardò Severino e gli raccomandò queste parole: Pär äl mé Felicìn lä särà longä lä sunadä: stag ädrerä finché ät säré in grad!”. (Per il mio Felicino sarà molto lunga, stagli dietro finché sarai in grado!)[2]
Abbassando il capo spalancò gli occhi e pronunciò le ultime parole della sua vita: “Ä von!” (Vado!). E mamma Maria, dolcemente, spirò.
Erano le cinque della sera del 5 febbraio 1829 quando la morte si presentò in quella casa portandosi via Maria Domenica Biancardi[3] di 68 anni. Don Francesco, le chiuse gli occhi e le diede un’ultima benedizione. Intanto i figli uscirono dalla stanza per comunicare a tutti quello che era appena accaduto.
Il piccolo Felice corse in braccio alla mamma e pianse disperato chiedendole: “Adesso allora la nonna è in cielo?”. Lei gli rispose: “Si gioiä, lä nonä l’é in pärädis” (si gioia, la nonna è in paradiso).
Il bambino si rannicchiò in un angolo della stanza stringendo al petto il bambolotto di pezza che nonna Maria gli aveva regalato. Per lui era un tesoro prezioso e non se ne sarebbe mai più separato.
[1] Lei è Degiorgi Ildegarda Cristina (1789-1866), sposata con Giuseppe Antonio Alliori, morto nel 1828 a soli 37 anni. Si sposa a Borgofranco nel 1811. È la quartogenita della famiglia di Maria e di Giulio Degiorgi, sorella si Severino.
[2] Come se nonna Maria sapesse che la vita di Felice sarebbe stata lunghissima: difatti visse 90 anni. Le sue parole furono come un segno premonitore, come se lei se lo sentisse che quel bambino era geneticamente predisposto a vivere più a lungo di tutti gli altri.
[3] Maria Domenica Biancardi, nata il 4 settembre 1760 da Carlo Francesco Biancardi e Francesca Trotti. La famiglia si trasferisce a Borgofranco da un altro comune perché le prime notizie su di loro ci sono a partire dal 1660. Nell’archivio parrocchiale di Suardi le registrazioni iniziano dal 1580 quindi negli 80 anni precedenti non ci sono persone con questo cognome. Maria Domenica è la quartogenita di 10 figli. Le notizie su questa famiglia si fermano al suo bisnonno, Francesco, nato a Borgofranco nel 1660. I suoi nonni paterni si chiamavano Antonio (1699) e Marta Millo (del fu Francesco).
FELICE E LA SUA “BIBBIA”
Severino Degiorgi era un brav’uomo, un contadino al servizio degli Isimbardi e vivendo in quel grande palazzo, sulla via principale, veniva spesso a contatto con alcuni di loro. Severino non era andato a scuola ma aveva offerto a suo figlio l’opportunità, vivendo li, di apprendere qualche nuova parola o frase dai figli dei signori (i siùr) talvolta fermandosi a passare un po’ di tempo con loro. Felice giocava con il bambolotto di pezza, dono della nonna Maria e loro con i giochi più sofisticati e “moderni” in legno pregiato. Era il 1830, Felice aveva 10 anni e imparò a leggere da solo, seguendo talvolta le lezioni che il precettore insegnava ai piccoli benestanti.
Vedendo la curiosità del bambino, il parroco di Cairo don Giuseppe Ferrari[1] che conosceva Severino lo informò che il maestro di scuola, Lancellotto Maino, oltre a svolgere il lavoro di insegnante, impartiva lezioni ai bambini meno abbienti (la sua famiglia era benestante, composta per lo più da avvocati e notai). Il sacerdote affidò a Felice un libro molto particolare: un compendio religioso chiamato Bibbia del nuovo e vecchio testamento[2] sul quale, prima il bambino e poi anche Severino impararono a leggere e a scrivere. Le giornate di Felice erano pertanto intense, iniziando all’alba con la partecipazione alla Messa insieme al padre e successivamente al lavoro nei campi. Seguivano poi la messa del vespro e la lezione scolastica dal maestro Maino che svolgeva a turno (una sera il figlio e una sera il padre) per poi rincasare, stanco e affamato. Quel poco che apprendeva gli sarebbe servito sicuramente in futuro.
Nel 1834, il ragazzo aveva 14 anni e decise di mettere una firma su quel “compendio” onde permettere, in caso di un suo smarrimento, di vederselo restituire. E visto che veniva da tutti chiamato “Filicìn” per la statura piuttosto minuta[3] si firmò “Filicìn Degiorgi” a chiare lettere. Sfogliando quella “Bibbia” si sentiva grande, più sicuro perché sapeva leggere ed iniziava a pensare che il mondo avesse qualche segreto in meno, data la sua maggiore conoscenza delle cose. Alla sera, prendeva da parte suo padre e gli leggeva qualche brano spiegandogli quanto fosse emozionante scoprire i misteri della fede.
“Papà, ädés che son bon dä leŝ, ät mustri mi!” (Papà, adesso che sono capace di leggere, ti insegno io!) diceva a Severino. “L’è stai propi gentìl äl mäéstär Maino” (è stato proprio gentile il maestro Maino). Severino lo guardava compiaciuto perché sentiva – in cuor suo – che quel ragazzo gli avrebbe dato tante soddisfazioni. Soltanto all’idea che a Felice capitasse qualcosa di imprevisto, Severino stava male e quando lo osservava, spesso e volentieri piangeva. Ripensando a quanti anni tribolati aveva passato dopo la perdita del padre (avvenuta quando aveva soltanto 14 anni) e dopo la morte dei suoi tre figli precedenti era spesso sopraffatto dall’angoscia: Felice tuttavia era arrivato come una manna dal cielo, era il figlio che non aveva più sperato di avere. Sia lui che Francesca avevano smesso di pregare ma Dio, che guarda sempre i più bisognosi, aveva deciso il contrario, donando loro una meravigliosa creatura.
Felice passava ore ed ore a leggere la Bibbia che gli stava svelando tutti i “segreti” – come li chiamava lui – su Dio, la Madonna e i Santi. Mamma Francesca gli diceva: “Fiulìn, ät vé no äncurä ä drumì?” (Non vai ancora a dormire?)
Allora prometteva alla mamma che avrebbe letto ancora una pagina alla quale ne seguiva un’altra e un’altra ancora finché non crollava dal sonno sul libro aperto. Il ragazzo era già grandicello, la mamma non lo poteva prendere in braccio come quando era piccolo ma lo portava ugualmente a letto, sorreggendolo come si fa con i vecchi bisognosi di aiuto.
La lettura era il suo passatempo preferito ma non poteva permettersi di comprare libri nuovi. Leggeva qualsiasi cosa gli capitasse tra le mani: dai proclami, alle leggi pubblicate sui manifesti e quando andava in chiesa sfogliava quei giganteschi “messali” scritti in latino e anche se non ne capiva il significato, leggeva lo stesso.
Quella Bibbia aveva acceso in Felice un’innaturale curiosità, che gli permetteva durante il giorno di non sentire la stanchezza e lavorare continuamente con l’intenzione di arrivare a sera e dedicarsi alla lettura. Avrebbe voluto portarselo anche al lavoro ma mamma e papà non volevano perché lo consideravano una distrazione che avrebbe influenzato il suo rendimento.
“Prima äl duér, pö äl piasì” (prima il dovere, poi il piacere) gli aveva sempre raccomandato nonna Maria e quando pensava a lei, tutto appariva più semplice da realizzare. Felice aveva scoperto che non era solo il lavoro a nobilitare l’uomo ma anche la cultura, il saper fare cose che non tutti potevano permettersi: come leggere e scrivere.
A Borgofranco, almeno 8 persone su 10 erano analfabete e lui si considerava fortunato. Si, Felice e Fortunato, proprio come il nome che portava.
[1] Il parroco che successe a don Carlo Rolandi nel 1828, rimase in carica per 4 anni, fino al 1832, anno in cui morì.
[2] Posseggo ancora questo “compendio”, sgualcito dal tempo ma ancora piuttosto conservato nonostante la sua età. Un oggetto affascinante che trasuda ricordi, storia ed emozioni ancora dopo così tanti anni.
[3] Felice, in un documento trovato qualche anno più tardi, era alto 1 metro e 53 centimetri. L’indicazione è stata ricavata dal “passaporto per l’interno” rinvenuto nell’Archivio storico comunale di Pieve del Cairo (la carta d’identità di allora). Purtroppo, non c’è la fotografia.
IL RITORNO AL PAESE
Il ritorno di Felice a Borgofranco, dopo 10 anni dalla morte della nonna, non fu per un’occasione gioiosa o una ricorrenza di festa ma per un altro lutto familiare. Non era provato emotivamente come per il precedente: l’elaborazione di un evento nefasto all’età di 19 anni è sicuramente diversa rispetto a quando se ne hanno soltanto 9. Nella circostanza era mancato lo zio Pietro Berri e la famiglia si era recata a consolare Marianna[1], la sorella di papà Severino. Il pover’uomo era morto improvvisamente per un incidente, un maledetto incidente sul lavoro: era stato uno dei buoi della sua mandria a provocarne il decesso, incornandolo all'addome. Aveva 50 anni. La disperazione della famiglia era più che comprensibile e Severino abbracciò teneramente la sorella cercando di consolarla per la perdita subita. Con loro c’era il figlio sacerdote, don Luigi Berri, cappellano dell’Ospitale del paese, denominato “Opera Pia San Giacomo”.
Felice si ricordava bene del cugino, erano più o meno coetanei (lui era del ’20 e l’altro del ’18), giocavano insieme da piccoli. Gli tornò in mente un fatto curioso: a Luigi piaceva giocare "a fare il prete" ed ora, lo era diventato veramente. Durante la cerimonia funebre per lo zio Pietro, ritornò con nostalgia agli anni dell’infanzia e sebbene il suo desiderio era di restare per qualche giorno nei luoghi che lo avevano visto bambino, sapeva bene che il lavoro non poteva aspettare e doveva far ritorno a Cairo con mamma Francesca il prima possibile perché, l’indomani avrebbe dovuto adempiere ai suoi doveri. Papà Severino si sarebbe fermato qualche giorno a casa della sorella per aiutarla a sbrigare alcune faccende urgenti.
Don Francesco Bosio, lo stesso sacerdote che aveva battezzato Felice 19 anni prima, era ancora parroco di San Bartolomeo. Lo rivide con piacere e si abbracciarono calorosamente, come due vecchi amici:
“Tu sei Felice, vero? Ora sei un uomo buono e responsabile che presto troverà la sua strada. Ti sei già sistemato?”
“Don Césco, son no äncurä spusà” (Don Francesco, non sono ancora sposato) gli rispose.
Il parroco riprese: “Figliolo, non preoccuparti, verrà presto il tuo momento”. E mentre gli parlava, indicò con lo sguardo una giovane fanciulla che si era recata a pregare e che la famiglia Degiorgi conosceva bene da quando, con i genitori, si era trasferita da Gambarana a Borgofranco.
La osservò da lontano e notò che era molto bella. Era in compagnia di un’amica mentre il padre era fuori sul sagrato ad aspettarle. Il tempo che Felice aveva a disposizione era veramente poco, dovendo ripartire per Cairo prima di sera e non fu possibile, in quel frangente, trovare un momento per farli incontrare.
Chiese a don Francesco: “Me clé äl so nom?” (Quale è il suo nome?).
Rispose: “Si chiama Rosa, fa la filatrice a Gambarana”.
Prima di congedarsi, Felice provò a raggiungerla riuscendo solamente a salutarla in modo piuttosto goffo ed impacciato. La ragazza sorrise, contraccambiò il saluto e scappò fuori prendendo per mano la sua amica. L’approccio tentato durante un funerale non era stato dei migliori ma l’occasione era quella e doveva sfruttarla a proprio favore. Come da una terra arida può nascere un fiore, da un momento triste poteva sbocciare un amore? Probabilmente sì. Una cosa era certa: Rosa lo aveva salutato e questo semplice gesto gli aveva suscitato una forte emozione.
Se nella circostanza non era stato possibile un approccio più diretto, si sarebbe ripresentata senz’altro una seconda occasione. Felice, molto probabilmente, si era invaghito di Rosa e intendeva rivederla, a tutti i costi.
Don Francesco gli aveva detto che aveva 18 anni, che abitava al Burg ma che ogni giorno si recava al lavoro a Gambarana. Lui considerò che la distanza che li separava non era poi così grande e che sarebbe stato possibile rivederla. Doveva osare.
La sua non era una famiglia composta da molte persone, come le classiche famiglie patriarcali. Loro erano soltanto in tre: papà, mamma e figlio. Le bocche da sfamare non erano molte e quindi l’esigenza di abbandonare la propria casa non c’era e lasciare libero un posto non era così importante. Tuttavia se per Felice il pensiero di metter su famiglia non si era ancora presentato era altrettanto vero che quando l’amore arriva, bisogna farsi trovare pronti. Lui non aveva mai preso in considerazione la possibilità di andarsene di casa, non appena raggiunta l'età da matrimonio, assolutamente no! Era sempre stato un bambino tranquillo, poi un ragazzo pacato ed ora un giovane con la testa sulle spalle, intelligente e volenteroso, pronto ad affrontare il suo tempo e le sue responsabilità in un mondo che stava cambiando velocemente.
Don Francesco gli aveva dato l’imbeccata e se non fosse stato per il prete forse non si sarebbe nemmeno accorto che quel giorno, al funerale di zio Pietro, c’era quella ragazza e che grazie a quell’incontro, qualcosa nella sua vita sarebbe cambiato.
[1] Marianna Degiorgi era l’ultima figlia di Giulio Degiorgi e di Maria Domenica Biancardi, sorella di Severino. Nata nel 1792, sposata a Pietro Giuseppe Berri nel 1810. Dal loro matrimonio nascono 5 figli tra i quali Don Luigi Berri, divenuto poi cappellano dell’Opera Pia San Giacomo (l’Hospitale di Borgofranco)
L’INCONTRO CON ROSA
Felice aveva quasi vent’anni e da uomo qual era diventato desiderava finalmente concretizzare l’incontro con Rosa. Nel 1840, Rosa, dopo un breve periodo vissuto a Borgofranco (perché il padre, che faceva l’oliaro, aveva trovato lavoro li), si era trasferita a Gambarana. Per la ragazza era più comodo, dovendo spostarsi di poco per recarsi al lavoro. Per il giovane era giunto il momento di poterla frequentare con più assiduità, date le pochissime occasioni avute in quell’anno. Lei riuscì a mettersi in contatto tramite don Luigi Berri, cugino di Felice, approfittando di un incarico che l'avrebbe portato a Cairo.
Il giovane sacerdote arrivò a Cairo, verso sera e si presentò a casa di zio Severino per parlare con Felice che, nel frattempo, era tornato dal lavoro nei campi. Don Luigi portò con sé questo messaggio: “Rosa ti vuole incontrare domani sera, davanti alla Chiesa Parrocchiale di Gambarana”. Emozionato, Felice non stava più nella pelle e pensò che il suo momento stava per arrivare. Quello in cui aveva sperato, forse, stava per avverarsi.
Era un giorno di maggio, le giornate si stavano allungando, il sole splendeva alto in cielo e c’era nell’aria quel tepore tipico della primavera. Felice partì per la sua destinazione. Era Felice, di nome e di fatto, perché avrebbe incontrato Rosa.
Arrivò davanti alla Chiesa Parrocchiale, lei non c’era ancora ma pochi minuti dopo giunse accompagnata da un’amica che subito li lasciò soli e se ne andò. L’approccio fu quello di due giovani ragazzi un po’ timidi ed impacciati. Felice ruppe il ghiaccio balbettando solamente un flebile “Buonasera!” che la fanciulla ricambiò.
Le prese la mano e la accompagnò a sedersi sul muretto antistante il sagrato. Iniziarono a conoscersi nel modo più semplice e sobrio possibile.
Felice lasciò a Rosa il compito di presentarsi.
“Mi chiamo Rosa Ferrante, ma tutti mi chiamano Rosetta, sono nata l’8 gennaio 1821, ho 19 anni compiuti, faccio la tessitrice qui in paese. Papà si chiama Michele, fa l’oliaro e mamma che purtroppo non c’è più, si chiamava Teresa Nardi e faceva la tessitrice, come me. Sono nata a Tortorolo e sono l’ultima di quattro figli. Sono l’unica femmina”
Mentre parlava trasmetteva al giovanotto una forte emozione. La sua voce era dolce, suadente e ogni tanto accarezzava i suoi lunghi capelli biondi con le dita. Poi disse: “Felice, raccontami qualcosa di te”.
Il ragazzo prese fiato, fece un bel respiro ed emozionato, esordì:
“Mi chiamo Felice Degiorgi ma tutti mi chiamano Filicìn perché, come puoi vedere, sono piccolo di statura. Sono nato il 21 Settembre 1820 a Borgofranco, compirò vent’anni tra qualche mese. Papà si chiama Severino e mamma è Francesca Guarnaschelli. Abitavamo a Borgofranco ma quando ho compiuto tre anni con la mia famiglia ci siamo trasferiti alla cascina Guja, nel comune di Cairo. Sono figlio unico perché i miei genitori, come mi è stato raccontato, hanno avuto tre figli prima di me che – purtroppo - non sono sopravvissuti.”
Incuriosita da quello che Felice stava dicendo, si avvicinò prendendogli la mano e dandogli un bacio sulla guancia. Lui, meravigliato ma anche contento del gesto, contraccambiò con galanteria, dandole prima un bacio sulla mano e poi un altro sulla fronte. Avevano rotto il ghiaccio!
La conversazione andò avanti spedita, le domande si susseguivano una dopo l’altra e così le risposte. Si raccontarono praticamente tutto della loro vita, dei loro sogni e delle loro aspirazioni. L’entusiasmo, il coinvolgimento e l’emozione erano così mescolati tra di loro che le ore passarono in fretta tanto da non accorgersene. Si era fatto buio. Nel 1840 non c’era la luce elettrica ma quella sera c’era una meravigliosa luna che illuminava ogni cosa. Rosa e Felice sembravano conoscersi da sempre, le loro parole ormai non erano più impacciate ma fluenti come le onde del mare. La luna sembrava avvolgerli nella sua luce creando una magica atmosfera. Il silenzio regnava sovrano, si udivano solo le loro parole sovrastare ogni altro tipo di rumore.
Quando si accorsero dell’ora tarda, si ritrovarono a ridere pensando che, magari, qualcuno si stava domandando dove fossero finiti e, non volendo impensierire i loro famigliari, si decisero a intraprendere la strada di casa. Felice la accompagnò e camminando si tenevano per mano. La ragazza, sulla soglia dell’uscio, diede un dolcissimo bacio a Felice che contraccambiò, stavolta con meno galanteria e con più confidenza.
“Quando ci vediamo Felice?” domandò Rosa visibilmente dispiaciuta di doverlo lasciare. “Magari domani sera?” riprese nuovamente. Sicuro di sé, il ragazzo rispose: “Non preoccuparti Rosa, tornerò prestissimo da te e staremo di nuovo insieme, come stasera. Dimmi una cosa: sei stata bene?”
Lo guardò con quei suoi stupendi occhi verdi, illuminati dalla luce della luna e con un meraviglioso sorriso disse: “Certo che sono stata bene: non vedo l’ora di rivederti di nuovo”.
Il ragazzo si incamminò verso casa ma lei lo chiamò: “Felice, Felice, aspetta: mi daresti ancora un bacio?”. Tornò indietro correndo, lei gli volò in braccio e lui, senza farselo ripetere una seconda volta, le diede un bacio stringendola forte a sé. Fu Felice, in quella occasione, a prendere coraggio e a dirle quelle due parole che avrebbero sigillato il loro incontro: “Ti amo!”
Era un sentimento sbocciato a maggio, come una travolgente primavera di fiori, colori, profumi e sensazioni uniche ed irripetibili.
Era notte fonda quando Felice arrivò a casa ma nel suo cuore c’era un tumulto di emozioni così forte da non riuscire a prendere sonno: aveva sempre in mente la sua Rosetta che, nonostante l’avesse appena salutata, già gli mancava. L’agitazione, l’emozione e chissà quale altro sentimento, non gli permisero di prender sonno e le poche ore che sarebbero servite a riposare, le trascorse a pensare e a guardare quella luna che, galeotta lo stava ispirando così profondamente, a tal punto da suggerirgli una poesia:
“La bellissima Rosetta - il suo Felice aspetta.
Lo aspetta con gli occhi, lo aspetta col cuore …
… e Felice arriva, col suo grande amore”
Cosciente del fatto di non aver scritto un brillante componimento o chissà quale eccellenza letteraria, era compiaciuto di quello che aveva pensato ed aveva messo per iscritto d’impulso, perché – come diceva lui – altrimenti se ne sarebbe dimenticato in pochi istanti. Era una poesia semplice, quasi banale ma – per lui – era un vero capolavoro dettato dal cuore per la sua Rosetta.
Tra un pensiero e l’altro e l’agitazione rimasta a Felice dopo il loro incontro, arrivò mattino al canto del gallo. La devozione lo spingeva ogni giorno a presenziare alla Santa Messa dell’alba insieme a suo padre Severino. Il ragazzo era stanco perché non aveva dormito molto, anzi, non aveva dormito per nulla, passando la notte a pensare a Rosetta e a quando avrebbe potuto rivederla.
… e si rividero di nuovo, ovviamente perché tra di loro stava nascendo una bellissima storia d’amore.
ADDIO MAMMA
Dopo un’estate di caldo piuttosto intenso, stava arrivando l’autunno e – a detta degli anziani, non solo perché sentivano i dolori alle ossa ma soprattutto perché conoscevano molto bene le stagioni – quello sarebbe stato un autunno freddo con un inverno decisamente rigido[1]. Il 10 ottobre 1840 era una normale giornata lavorativa, anche se era di sabato. Felice e Severino erano, come di consueto, nei campi e la mattina era quasi terminata. Durante la pausa del pranzo consumata con un po’ di pane e formaggio ricevettero una sgradita notizia: mamma Francesca si era sentita male, improvvisamente. Ad avvisare fu il vicino di casa, Amedeo Re, corso a chiedere loro di tornare a casa il più in fretta possibile. Severino che non era più un ragazzo ma un uomo di ormai 54 anni e con qualche acciacco fisico, disse a Felice: “Ti che t'è giun, curä sübit ä cä dä lä mamä che mi intänt ä rivi” (tu che sei giovane, corri subito a casa dalla mamma che io intanto arrivo).
Si precipitò verso casa dicendo a suo padre: “Am räcumändi, fa präst äncä ti ä rivà” (mi raccomando, fai presto anche tu ad arrivare).
Attraversò tutto il campo in pochi minuti e di gran carriera arrivò a casa. “Mamä, mamä, in duä t’è?” (Mamma, mamma, dove sei?). La trovò riversa sul letto, in modo scomposto. La postura era chiaramente dovuta ad un mancamento improvviso. La testa non era appoggiata sul cuscino ma verso il centro del letto, le braccia incrociate sul petto come a voler proteggere il cuore o a lenire un dolore forte che proveniva da lì. Felice la chiamò ma, in un primo momento, senza ottenere risposta.
Allora cercò di prenderla in braccio per sistemarla più comodamente. Francesca emise un forte gemito: probabilmente Felice, muovendola, le aveva fatto male. “Scüsä mamä, t’hö fai mal?” (Scusa mamma, ti ho fatto male?). In qual momento Francesca si ridestò e guardando Felice disse: “T’è rivà gioiä bélä? T’äspitavä propi” (Sei arrivato gioia bella? Ti aspettavo proprio).
Lui la rassicurò: “Mamä, ädes son chi, stà tränquilä” (mamma, adesso sono qui, stai tranquilla). Nel frattempo arrivò Severino che, quando la vide distesa sul letto insieme a Felice, scoppiò in lacrime, pensando al peggio. Accorse, in quel mentre, anche un signore della famiglia Isimbardi che, gentilmente, mise a loro disposizione un cavallo ed una carrozza nel caso dovessero accompagnarla dal medico. Felice comprese quanto fosse troppo dolorante per poterla muovere. Proprio in quel momento passò Salvaneschi, il campanaro, di passaggio verso la chiesa. Felice gli disse: “Giüsép, và ä ciämà äl prevost, pär piäsì” (Giuseppe, vai a chiamare il prevosto, per favore). L’uomosi affrettò ed il parroco accorse poco dopo. Don Giovanni Braccio era un bravo sacerdote e vedendo il dolore che stava provando Francesca in quel momento, le diede, solo a scopo precauzionale, l’estrema unzione. Severino pianse disperato ma il sacerdote lo rimproverò: “Severino, tua moglie non è morta, l’estrema unzione non si dà ai morti ma ai vivi, affinché la benedizione del buon Dio la faccia riprendere”. Allora quell’uomo si rasserenò e cominciò a pregare. Intanto il signor Isimbardi, corse a chiamare il medico di Pieve del Cairo, il dottor Aliprandi. Il figlio – confortato dal fatto che la mamma fosse assistita dal prevosto e dal padre – si recò dallo speziale Marianini a prenderle qualcosa per i forti dolori all’addome che avvertiva.
Il medico, accorso un quarto d’ora dopo, visitò Francesca e dopo averle palpato l'addome ipotizzò un blocco intestinale temendo per lei una difficile se non impossibile ripresa. Se avesse superato la notte, l’indomani si sarebbero potuti augurare una lenta guarigione ma, vedendola così sofferente non poteva far altro che alleviarle il dolore con le erbe medicamentose che Felice si era procurato dallo speziale. Francesca prese la mano del medico e le chiese: “Dutùr, cäm disä lä vrità, son drè murì?” (Dottore, mi dica la verità, sto morendo?). Il dottore gliela strinse forte e le accarezzò il volto. Lei comprese e, sfiduciata ma serena, chiese: “Cäm ciàmä i mé om” (chiami i miei uomini).
Lui li chiamò e li accompagnò dalla donna che, distesa a letto sembrava volersi ormai abbandonare alla sorte.
“Gnì chi dä mi, tüti dü!” (Venite qui da me, tutti e due!) sussurrò mamma Francesca con voce flebile. I due uomini, apparentemente così forti, sembravano impreparati a quanto sarebbe potuto accadere da un momento all’altro, ma le si avvicinarono. Erano quasi le tre del pomeriggio del 10 ottobre e gli ultimi istanti di vita della donna si stavano compiendo, davanti agli occhi increduli, impreparati e pieni di lacrime dei suoi cari. Francesca sembrò quasi sorridere: “Piänsä no Felice, piänsä no Severino, lä mort lä fa part äd lä vita e duumä äcetàlä, sensä gni mat” (non piangere Felice, non piangere Severino, la morte fa parte della vita e dobbiamo accettarla, senza diventare matti). E accarezzando prima il volto di uno e poi dell’altro, si spense serenamente pronunciando le sue ultime parole: “mamä, papä, ä rivi!” (Mamma, papà, arrivo!). Volse il capo verso il crocifisso alla parete e si addormentò per sempre, lasciando tutti nello sgomento.
Francesca Maria Guarnaschelli se ne andò il 10 ottobre 1840, alle tre del pomeriggio in punto e i rintocchi della campana che suonò “a morto”, raccomandarono ai contadini di levarsi il cappello in segno di rispetto e di raccogliersi in preghiera, pur non sapendo ancora chi della loro piccola comunità fosse morto.
La tristezza e la disperazione ghermirono la famiglia Degiorgi e tutta Cairo si strinse attorno a loro, offrendogli il conforto e le preghiere necessarie. La voce di quella disgrazia circolò velocemente tra le contrade del borgo e le anziane donne mormoravano tra loro: “Lä särà dürä pär cui dü om, sensä unä donä in cà” (sarà dura per quei due uomini, senza una donna in casa). Severino si inginocchiò e si fece il segno della croce, Felice pensò alla sua Rosetta, l’avrebbe voluta accanto a sé per consolarlo del grande dolore. Si inginocchiò vicino al padre, facendo a sua volta il segno della croce e insieme si misero a pregare raccomandando a Dio l’anima di Francesca, che per l’uno era stata una sposa premurosa e per l’altro una madre amorevole. Aveva 57 anni spesi tutti per la famiglia e per il lavoro. Non ebbe modo di conoscere suo padre, mancato nel 1785 quando aveva 2 anni pur avendolo sempre ricordato come un grande esempio per la famiglia.
Felice, preso dallo sconforto, corse fino a Gambarana, passando per i campi e arrivò da Rosetta. Le disse, piangendo: “Mamma è morta!”. La ragazza lo guardò amorevolmente e se lo strinse al petto, sussurrandole parole di consolazione. Aggiunse “Adesso cosa faremo? Dovrai badare a tuo padre, aiutarlo di più e d’ora in avanti ci vedremo molto meno”. I due ragazzi, ora, erano nella stessa situazione perché Felice aveva perso mamma Francesca e Rosetta, anche lei, aveva perso alcuni anni prima mamma Teresa. Ad entrambi mancava un pezzo di cuore ma si scambiarono una promessa: costi quel che costi si sarebbero sposati.
Lui aveva compiuto vent’anni a settembre, lei non ne aveva ancora diciannove. Erano due giovani con la testa sulle spalle e grandi lavoratori pieni di speranze per un futuro migliore. Perché non coronare tutto questo sigillando il loro amore con la una promessa di matrimonio? Non avevano una casa tutta loro ma Rosetta era fiduciosa e Felice non sarebbe stato da meno. Avevano entrambi un lavoro, erano forti ed, in piena salute. E il resto? Beh, il destino e il buon Dio avrebbero fatto il tutto l’occorrente. Felice guardò il cielo e le disse: “Tesoro, ci siamo conosciuti in un giorno di primavera e ti prometto che il prossimo anno, a maggio, ti sposerò e saremo felici”. Aggiunse: “I nostri nomi, Rosa Ferrante e Felice Degiorgi, saranno scritti nel libro della vita. Ti amo”
Era successo tutto in pochi mesi ma Felice era certo che Rosetta fosse la persona giusta. Solo il tempo gli avrebbe dato ragione.
[1] L’inverno 1840-1841, dagli annali conservati negli archivi, fu un inverno molto rigido e un’ondata di freddo colpì la totalità dell’Europa Occidentale.
IO TI PRENDO COME MIA SPOSA
Felice aveva compiuto vent’anni in settembre, il lavoro andava bene e papà Severino, ripresosi dopo la morte della moglie, stava discretamente. Le loro giornate erano scandite sempre allo stesso modo: messa dell’alba, lavoro nei campi, messa del vespro, casa. Ma a quella routine quotidiana si era aggiunto un appuntamento necessario a entrambi: fare visita al cimitero alla tomba di mamma Francesca. Senza quella tappa, nessuno dei due sarebbe tornato a casa sereno. Un pensiero, un requiem aeternam, uno sguardo al cielo, un piccolo fiore e un bacio rivolto a lei. Ogni sera, tornando a casa, avrebbero così avuto il cuore più sereno.
Severino era contento della relazione tra Felice e Rosetta e vedeva di buon occhio quei giovani che non nascondevano il proposito di metter su famiglia. Si rivedeva giovane quando, nel 1805, a soli diciannove anni, aveva sposato Francesca a Cambiò[1]. L’età era quella e la situazione pressoché analoga. Sperava, in cuor suo, che questa coppia non soffrisse come avevano sofferto loro durante i primi anni di matrimonio e che la buona sorte gli sorridesse. Voleva molto bene a Rosetta e vedeva in lei la donna giusta per il figlio, quella che lo avrebbe accompagnato per il resto della vita.
Rosa, chiamata Rosetta, era una fanciulla decisamente graziosa, con i capelli biondi dai riflessi dorati raccolti sopra la nuca con un “ciuròn” e gli occhi verdi. Era di statura media e vestita in modo sobrio, senza fronzoli. Aveva un viso acqua e sapone da ragazzina buona e ben educata. Le sue mani, piccole avevano dita lunghe e affusolate, proprie di una tessitrice. Un lavoro che le aveva insegnato mamma Teresa. Fin da bambina le piaceva mettere insieme rimasugli di stoffa per guarnire la sua unica bambola di pezza (lä bigòtä). Da quando era morta la mamma di Felice, frequentava più assiduamente la casa dei Degiorgi, facendo la spola tra Gambarana e Cairo. Il suo modo di fare era sempre quello di una ragazza “affaccendata” (sidià), attenta, premurosa. Credeva in tutto quello che faceva, senza lasciare nulla al caso e ogni azione compiuta aveva uno scopo preciso. Ma su tutto ciò c’era un sogno che dominava su ogni altra cosa: sposare il suo Felice ed essere “felice” con lui.
Felice, detto Filicìn, era un ragazzo tranquillo, pacato, sia nel modo di fare che nel pensare. Un uomo dall’atteggiamento fiero e un po’ orgoglioso, non sprovveduto. Era piccolo di statura, capelli ramati, occhi scurissimi, già con qualche rughetta sulla fronte, nonostante i vent’anni. Sul volto, i suoi lineamenti erano grossolani, grezzi. Il naso un pochino schiacciato, labbra sottili e due elegantissimi baffetti (tipici proprio dei ragazzi di quell’epoca) che curava maniacalmente pettinandoli all’insù. Al contrario, dei baffi di Severino che erano folti ma poco curati e guardavano in basso coprendogli la bocca. Perfettamente inserito nel suo tempo, Felice era il ragazzo che ogni donna sognava come marito perché molto gentile, galante, premuroso e un po’ "sornione" e Dongiovanni. La sua bontà era conosciuta sin da quando era bambino a Borgofranco e poi da ragazzino ed adolescente a Cairo. Severino diceva sempre: “L’è un pcà vureg no ben äl mé fiö” (è un peccato non voler bene a mio figlio). La sensazione era quella che, ovunque lo portasse la vita, tutti gli avrebbero voluto bene poiché quel giovane si spendeva per gli altri.
I due ragazzi erano sereni e soddisfatti della condizione in cui vivevano: poveri ma contenti. Non vivevano nell’indigenza pur non avendo troppi soldi da spendere. Quello che guadagnavano, lei come tessitrice, lui come contadino, sarebbero serviti per il futuro. Avevano poco, sia l’una che l’altro. Rosetta aveva una piccola “dote” che mamma Teresa le aveva preparato senza tuttavia poter terminare (a causa di un malore improvviso che l’aveva colta mentre ci lavorava): un lenzuolo matrimoniale, due federe ricamate ed una grossa coperta. Per Rosa era sufficiente e dato che era brava nel suo lavoro, l’aveva ultimata, riprendendo proprio dal punto in cui la sua mamma l’aveva lasciata. Lui aveva ben poco del genere ma Severino, che oltre ad essere un contadino era anche un discreto falegname, gli aveva costruito – quando era ancora piccolo – delle posate in legno, due bicchieri, due ciotole piccole e due grandi. Le aveva riposte in un armadio senza mai usarle sapendo che un giorno gli sarebbero servite. Insieme a quelle stoviglie, Felice aveva trovato un foglio piegato in due con dentro un trifoglio seccato (fiur säc) che i genitori gli avevano custodito in segno di felicità e di fortuna (proprio come il nome che portava)[2].
Due doti diverse, quella di Rosetta più femminile, quella di Felice più maschile. Due corredi che, uniti insieme, significavano “casa”, focolare domestico, condivisione, famiglia. I ragazzi si frequentavano da circa un anno e si sentivano pronti a sposarsi. I preparativi non erano sicuramente quelli di oggi, anzi, allora non si pensava certo ai regali, agli invitati e al ristorante. Intanto c’era bisogno di stabilire una data e, non necessariamente doveva essere di sabato o domenica. Ogni giorno, a quei tempi, era considerato lavorativo, si celebravano i santi e si vivevano intensamente le stagioni e la vita di campagna scorreva lenta e inesorabile. Le persone della loro condizione sociale non conoscevano molto del mondo. Si guardava al proprio “orticello” e si viveva in pace con tutti.
Rosetta, quel giorno, era in compagnia del padre Michele, venuto ad aiutare Severino a sistemare un attrezzo agricolo piuttosto pesante. La ragazza gli chiese se avesse preferenze sulla data ma lui rispose: “Mé carä fiölä, pär ti färis quälsiäsi robä e bastä che ällä sapiä äncä äl dì prima” (mia cara figlia, per te farei qualsiasi cosa e basta che lo sappia anche il giorno prima). La risposta di Michele trapelava la sua felicità per quell’evento. In questo clima semplice e sereno, i ragazzi decisero di programmare il loro matrimonio per l’11 maggio del 1841, martedì. Il solenne rito si sarebbe celebrato a Gambarana, nella chiesa parrocchiale dedicata ai santi Pietro e Biagio.
Il giorno in cui i ragazzi pensarono ad una data per il matrimonio non era un giorno qualsiasi ma domenica 11 aprile, Pasqua del Signore del 1841. Il matrimonio si sarebbe celebrato esattamente un mese dopo, in maggio, nel mese dedicato alla Madonna. Sia i Ferrante che i Degiorgi erano due famiglie molto credenti, accomunate da un grande fervore cristiano.
La vita dei due ragazzi e delle loro famiglie, proseguì regolarmente senza problemi fino al giorno fatidico. Il martedì 11 maggio era finalmente arrivato, su Cairo splendeva il sole così come sull’intera Lomellina: era proprio la giornata ideale per sposarsi.
I due promessi si stavano preparando, ognuno a casa sua. Nel frattempo, la famiglia Degiorgi aveva cambiato casa e da Cairo si era spostata a Pieve del Cairo non compiendo di fatto tanta strada ma semplicemente attraversando una “roggia”[3]. Dall’11 di Novembre (festività di San Martino) Severino aveva trovato lavoro presso un facoltoso agricoltore pievese e la famiglia si era trasferita lì[4] stabilendo la propria residenza in Contrada del Po[5]. Quel breve spostamento permise loro di non allontanarsi più di tanto dai parenti di Gambarana e di Borgofranco, dove ancora risiedevano le sorelle di Severino e i fratelli di Rosetta.
Felice era bellissimo con indosso il suo vestito nuovo, di un bel marrone scuro e portava un foulard al collo, come si usava in quel periodo. Severino, anche lui elegante con un vecchio vestito, era visibilmente emozionato e aveva gli occhi lucidi.
Per gioco, il ragazzo disse a suo padre: “Alurä Pedär, t’è pront?” (Allora Pietro, sei pronto?). Succedeva raramente che Felice chiamasse Pietro suo padre ma, ridendo e scherzando, gli ricordò che il suo primo nome era proprio Pietro, che non usava quasi mai e – come da regolare atto di battesimo del 1786 – Francesco, oltre al nome che usava quotidianamente e con il quale lo conoscevano tutti: Severino[6]. Lui però non era affatto “severo” perché era buono come il pane.
I due si incamminarono alla volta di Gambarana. Nessuno li accompagnò perché erano rimasti soli e chissà quanto mancava quel giorno mamma Francesca. Molti sapevano dell’evento del giorno mentre la gente che non ne era a conoscenza, vedendoli per strada così eleganti, li aveva fermati domandando loro: “In duä andè insì elegänt?” (Dove andate così eleganti?). Felice rispondeva semplicemente: “Incö ä mä spùsi” (oggi mi sposo).
In quel di Gambarana invece, li attendeva la bella Rosetta, vestita d'un abito bianco screziato, realizzato e ricamato con le sue mani. Non era un vestito da sposa come lo immaginiamo oggi ma, semplicemente, un abito più elaborato del solito. Rosetta era longilinea, magra e molto bella, pertanto qualsiasi cosa indossasse, avrebbe impreziosito la sua figura. In quel momento le mancava mamma Teresa ma la percepì presente nell’improvvisa folata di vento che le sfiorò i capelli che, per l'occasione, non teneva raccolti ma sciolti. Papà Michele era terribilmente agitato, indossava una camicia un po’ consunta ma impreziosita da un gilet elegante di maglina, pantaloni neri con la riga e le scarpe tirate a specchio, che non sarebbero rimaste lucide per molto a causa del polveroso cortile pieno di gallinelle in libertà.
D’un tratto, intravide due figure avvicinarsi dalla campagna. Erano Felice e suo padre, in arrivo a piedi da Pieve. Il ragazzo ci avrebbe messo molto meno fosse stato solo, ma con il padre al seguito, doveva per necessità mantenere il passo più lento. La sposa ed il padre li videro dirigersi verso la chiesa, dove l’avrebbero aspettata per la cerimonia.
Erano le 9 del mattino, Rosetta decise di indugiare ancora una decina di minuti prima di recarsi alla parrocchia. Come dicevano i vecchi: “Lä spusä lä devä ves in ritärd!” (La sposa deve essere in ritardo). Pertanto, oltre a quei dieci minuti che intendeva prendersi, se ne regalò altri dieci prima di avviarsi accompagnata dal padre e dai tre fratelli. Nel frattempo erano arrivate anche le sorelle di Severino da Borgofranco. Marianna, Cristina e Margherita erano presenti con le loro rispettive famiglie. Gambarana era in festa, c’erano tutti: mancava soltanto la sposa.
Rosetta arrivò, elegantissima e splendente più del sole, a braccetto di papà Michele. Il sogno dei due giovani si stava realizzando. Felice era già sul sagrato della chiesa ad attenderla mentre, all’altare, don Giovanni Cervi, il padre Severino e tutti i parenti, aspettavano impazienti. Felice, quando la vide arrivare, si commosse. Poi Michele gli affidò la figlia e si fece da parte, andando ad occupare il suo posto in prima fila accanto al consuocero e a tutti i parenti, (quelli della sposa da una parte, quelli dello sposo dall’altra). Intanto i ragazzi, percorsa l’intera navata centrale, si erano fermati ad un passo dall’altare, accompagnati dal suono dell’harmonium.
Don Giovanni li accolse, i loro padri sorrisero e i due testimoni, si unirono a loro. Per la sposa c’era il fratello Siro Ferrante, di 23 anni celibe, mentre per lo sposo c’era l’amico di suo padre, Giuseppe Sozzi[7] (Pipìn Sus), un contadino di 44 anni nativo di Borgofranco ma residente a Gambarana. Quest’ultimo, accompagnato dalla moglie, aveva portato con sé la figlia, Maria Santina, di 21 anni, molto bella e desiderosa di seguire lo svolgersi del matrimonio. La celebrazione ebbe inizio alle 9.30, alla presenza di moltissima gente accorsa dai paesi e dalle cascine circostanti. Felice e Rosetta vennero interrogati dal parroco il quale, dopo una breve omelia, fece loro recitare la formula di rito:
“Rosa, io ti prendo come mia sposa” disse Felice.
“Felice, io ti prendo come mio sposo” disse Rosetta.
E la gioia fu grande in quel momento. Un coro di preghiere salì dalla chiesa come una lode al Signore al pari di una ventata di speranza per quella coppia che da quel momento in poi costituiva una nuova famiglia cristiana. Rosetta baciò suo marito promettendogli una lunga vita insieme. Poi si voltò e abbracciò forte papà Michele. Felice fece la stessa cosa e ne fu compiaciuto. Uscirono dalla chiesa, gremita di parenti e conoscenti così come di fedeli e di curiosi. Un fragoroso applauso avvolse gli sposi. Tutti volevano congratularsi con loro e molti dei ragazzi presenti, volevano baciare la sposa. Felice, tra la confusione di quel momento, venne raggiunto da Santina, la figlia del Sozzi, suo testimone. La giovane lo salutò timidamente e lui si ricordò di lei quando da piccoli, a Borgofranco, giocavano insieme. Il ricordo congelò quell’istante. Felice le disse: “Grazie Santina per essere venuta, ti auguro buona fortuna!”. Lei gli rispose: “Di nulla, è stato un piacere!”. E fuggì via, scomparendo tra la folla.
Era l’11 maggio 1841, Felice e Rosetta erano marito e moglie. Il ragazzo però si domandò per quale ragione l’istante passato con Santina fosse durato così tanto. Un segno del destino? Un incontro casuale o “scritto” da qualche parte, nel libro della vita?
Auguri agli sposi!!!
[1] Loci Campi Beati et Sparvara, nome annotato nei registri parrocchiali di questa chiesa, oggi dedicata alla Vergine Assunta.
[2] La simbologia del trifoglio, oltre che al portare fortuna, buon auspicio, riguarda proprio il numero 3 (tre) che nella vita di Felice comparirà spesso, in molte situazioni e sotto diverse forme: sarà interessante scoprirlo.
[3] Una roggia (rusä) è un canale artificiale di portata moderata, proveniente generalmente da un corso d'acqua più ampio; è utilizzato prevalentemente per l'irrigazione e per alimentare mulini ad acqua. Nello specifico caso, questa “roggia” divideva l’abitato di Pieve a quello di Cairo.
[4] Pieve del Cairo sarebbe stata l’ultima tappa del ramo diretto della mia famiglia e d’ora in poi, per questa linea generazionale, tutto avrebbe avuto luogo nei territori di Pieve, Gallia, Mezzana Bigli. Ma… non voglio anticipare troppo.
[5] Contrada del Po, poi Contrada dei Mulini oggi è la Via Antonio Angeleri;
[6] Nella sua ascendenza, Francesco era il nonno materno (Carlo Francesco Biancardi 1729-1788) e proprio Pietro Francesco era il nome del nonno paterno (Pietro Francesco Degiorgi 1708-1782). Non conobbe nessuno dei due.
[7] Giuseppe Sozzi, amico di Severino, nasce a Borgofranco nel 1786, stesso anno di Severino. Sono proprio amici d’infanzia. Nel 1808 sposa Caterina Trabella dalla quale avrà 5 figli. Si spegnerà a Borgofranco nel 1847.
SOLTANTO QUATTRO MESI
Felice e Rosa erano felici, la loro casa a Pieve nella Contrada del Po si prestava a tanti progetti per il futuro. Severino viveva anche lui in quella casa ma separatamente, lasciando ai due ragazzi lo spazio necessario fatto di confidenze, di intimità e di amore. Appena si fossero sistemati definitivamente, avrebbero pensato di mettere al mondo dei figli: ne volevano molti, a Rosetta piacevano i bambini.
Passata una mite primavera, quella che arrivò fu un’estate veramente torrida, di quelle umide e calde da togliere il fiato. Felice e suo padre erano in campagna mentre Rosetta era dedita al suo lavoro di tessitrice. Improvvisamente arrivò un temporale. I due uomini riuscirono ad evitarlo, tornando a casa in tempo. Rosetta aveva tardato un po’ ed invitata dalla padrona a rimanere da lei finché la pioggia non fosse cessata, rifiutò perché il suo unico desiderio era di correre a casa il più presto dal suo Felice. La folle corsa sotto l’acquazzone durò più del previsto perché durante il tragitto dovette fermarsi per riprendersi. Si ricordò di quando le dicevano che quando c'è il temporale, è pericoloso fermarsi sotto le piante e, prendendo alla lettera quella raccomandazione corse e si fermò più e più volte sotto il diluvio, senza mai ripararsi. Arrivò a casa completamente fradicia e per poco non svenne. Felice la prese in braccio e cercò di scaldarla. Era luglio, non faceva certamente freddo ma lei, fradicia dalla testa ai piedi, aveva i brividi. Si spogliò e si asciugò, si mise addosso una coperta mentre Felice le preparava qualcosa di caldo che, sicuramente, le avrebbe fatto bene. “Rusetä, t’è risĉià fort, con cul temp chi” (Rosetta, hai rischiato forte con questo tempo). Il temporale cessò, ed in lontananza, verso la strada che portava al Po, apparve un coloratissimo arcobaleno che riempì il cielo di una sfolgorante bellezza. Lo spettacolo della natura invadeva ogni angolo di quel panorama. Felice lo ammirò con stupore accanto a Rosetta che si era addormentata dalla stanchezza. La lasciò riposare fino al mattino seguente.
Il sole era già alto in cielo quando lei si svegliò mentre il marito era già sceso di sotto. Quando scese, trovò una gradita sorpresa ad attenderla: una abbondante colazione con latte appena munto e del buon pane secco da inzuppare. Severino aveva già mangiato, erano le 6 del mattino e tra non molto si sarebbe dovuto recare al lavoro. Rosetta, che quel giorno aveva chiesto di restare a casa dal lavoro, salutò Felice con un bacio e gli diede appuntamento per la sera, quando sarebbero riusciti a stare insieme. Restò sola, era felice ma non si sentiva affatto bene: le era venuta una brutta tosse ma dava la colpa al giorno precedente e a quella folle corsa sotto la pioggia. Decise così di non preoccuparsene eccessivamente e occuparsi viceversa delle sue faccende.
Rosetta si stancò molto e alcuni giorni dopo iniziarono a manifestarsi le prime avvisaglie di una malattia più grave di quel che sembrava. Cercò comunque di nasconderle per non preoccupare troppo sia il marito che il suocero. Questo suo malessere durò quasi un mese. Tuttavia Felice e Severino erano confortati dal fatto che lei, nonostante tutto, dimostrava di star bene e continuava a dire loro di non preoccuparsi. Una leggera ma persistente tosse che non aveva mai avuto prima, fece sorgere un dubbio al marito che insistette per farla visitare dal medico di Pieve del Cairo, il dottor Giuseppe Beccari[1].
Nel frattempo la ragazza non aveva perso un giorno di lavoro e continuava a svolgere regolarmente le sue attività quotidiane. Finché una mattina, a sua insaputa, si presentò in casa il dottor Beccari chiamato per una visita. Alla vista del medico, Rosetta, agitata, si spazientì: “Ston bèn dutur, l’è gnintä, g’hö ämmà un po’ äd tus” (sto bene dottore, non è nulla, ho soltanto un po’ di tosse). Lui la guardò negli occhi e le disse: “Rosetta, stai tranquilla, soltanto dopo averti visitato ti saprò dire se stai bene oppure no quindi, permettimi di farlo, per favore!”. Rosetta si calmò e, come le aveva richiesto il medico, scoprì la camicia mostrandogli il petto e poi la schiena. Beccari dopo averla auscultata[2] restò per un istante ammutolito, avendo intuito, semplicemente utilizzando quello strumento, le reali condizioni di salute di Rosetta. La conferma arrivò quando, nel fazzoletto in cui l’aveva fatta tossire, riscontrò alcune macchie di sangue rosso vivo. “Dutur, né che ä son sänä?” (Dottore, vero che sono sana?). Il medico le diede una carezza sul viso e chiamò Felice, fuori dalla stanza.
Il povero ragazzo interpretò immediatamente nell’espressione del medico la gravità della situazione.
Beccari si sedette dicendo: “Felice, vieni qui che ne dobbiamo parlare”.Il giovane si mise a piangere: “Dutur, si cä sücedä? Sé clä gä lä mé Rusétä?” (Dottore, cosa succede? Cos’ha la mia Rosetta?). Il medico fece un respiro profondo prima di parlare e guardando negli occhi Felice gli comunicò dispiaciuto:” Felicìn, la tua Rosetta ha una forma di tubercolosi dovuta sicuramente ad una polmonite trascurata”. Felice pensò subito al maledetto giorno in cui Rosetta aveva sfidato il temporale per tornare da lui. Non si diede pace quando realizzò che il suo grande amore, nel giro di poco tempo, l’avrebbe lasciato per sempre.
Era il 31 agosto 1841 e Felice si prese cura della sua Rosetta per quei dieci giorni, finché il 10 Settembre, alle quattro del mattino, la ragazza con un ultimo colpo di tosse, stremata dalla fatica, chiuse gli occhi per sempre tenendogli la mano. Rosetta aveva soltanto vent’anni e il povero Felice, che 10 giorni dopo ne avrebbe compiuti ventuno, era già vedovo, dopo soli quattro mesi di matrimonio.
Preso dallo sgomento, a Felice apparvero scenari desolanti ed improvvisamente sentì che per lui, la vita non aveva più alcun senso. Severino assistette, in disparte, alla tragedia e si rassegnò a quel destino sapendo bene che talvolta sa essere impietoso. Negli occhi gli apparve la sua adorata Francesca ma si arrabbiò ad una morte così prematura, con un’intera vita davanti e, per giunta, appena sposata. Felice la prese, la avvolse in un lenzuolo del corredo di mamma Teresa, che non avevano ancora usato. La sua Rosetta non c’era più e lui si sentiva perduto senza saper cosa fare. Severino prese coraggio, andò a Gambarana ad avvisare papà Michele, dandogli la brutta notizia che sua figlia, la sua unica figlia, era morta. L’indomani, le esequie funebri vennero celebrate da don Giovanni Cerra[3], parroco di Pieve del Cairo.
Il giovane Felice Degiorgi, vide così chiudersi quel futuro di speranza e di sogni che si erano dati. Con la morte della sua Rosetta il mondo gli era inaspettatamente crollato addosso e si sentì precipitato nel pozzo della disperazione.
[1] Giuseppe Beccari (Mede 1807- Pieve del Cairo 1884) era il dottore di Pieve del Cairo, un giovane medico che aveva appena preso servizio al paese. La famiglia, originaria di Mortara, era media borghese. Anche suo padre Luigi fu medico e lo sarà anche suo figlio, Luigi come il nonno, che diventerà anche chirurgo.
[2] L'auscultazione dei polmoni è, di fatto, l'ascolto del rumore generato dal flusso d'aria all'interno dei polmoni; quando il flusso d'aria nei polmoni è normale, esso produce un rumore caratteristico, che è nettamente diverso da quando incontra qualcosa che lo ostacola (es: muco, eccesso di liquido, pleura infiammata
[3] Don Giovanni Cerra, parroco di Pieve del Cairo dal 1824 al 1864 (40 anni), Nato a Valle Lomellina nel 1797, morto all’età di 67 anni a Pieve del Cairo. Fu un sacerdote e teologo molto dotto, molto appassionato di statistica.
UNA SECONDA POSSIBILITÀ
Se penso che il primo matrimonio di Felice Degiorgi è durato un arco di soli quattro mesi (dall’11 Maggio al 10 Settembre del 1841) non dando alla giovane coppia nemmeno il tempo di assaporarne le gioie, quasi non ci credo.
Sono cose che, a quei tempi, accadevano frequentemente e a molti capitava di perdere troppo presto una persona cara. Succedeva a tutti di perdere un figlio, un marito, una moglie, un fratello, una sorella, senza contare poi la scomparsa naturale di genitori e nonni.
Fu sicuramente faticoso riprendersi ma nella sua vita ben presto avrebbe fatto capolino una persona già apparsa per qualche istante, il giorno del suo matrimonio. Erano passati due mesi esatti dalla morte di sua moglie, era il 10 novembre 1841 e quel mattino arrivò nei campi dove lavorava col padre, l’amico di famiglia Giuseppe Sozzi per aiutarli a svolgere alcuni lavori più pesanti del solito.
L’uomo che, per indole era piuttosto indiscreto, si avvide del comportamento taciturno di Felice e si incuriosì: “Felicìn, séc tä ghé stämätinä?” (Felicin, che cos’hai stamattina?).
E lui, con il viso rigato dalle lacrime: “Lasäm ä stà, son drè pinsà ä lä mé Rusétä” (Lasciami stare, sto pensando alla mia Rosetta). Si sentiva un uomo finito, sconfitto da quella tragedia che lo aveva colpito così duramente. Ogni tanto imprecava – e non era da lui – il cielo, la terra, Dio e i santi. Suo padre lo rimproverava a gran voce (äg vusàvä ä drèrä) intimandogli di non farlo più, perché mai si sarebbe sognato di sentir uscire, dalla bocca di un Degiorgi, frasi così ingiuriose contro chi pregavano in modo fervente. “Se ät senti äncurä nä voltä ät lä don mi äl täbàc däl Moru” (se ti sento ancora una volta te lo do io il tabacco del Moro)[1] intimava Severino al figlio. Il ragazzo, pentito per quanto appena detto, si era scusato cercando in ogni caso di far capire al padre la triste situazione in cui versava. Certamente non per colpa di nessuno ma … perché era capitata proprio a lui una disgrazia simile? Perché ad un giovane di 20 anni?
Giuseppe Sozzi sembrava avere una soluzione in tasca perché, da come gli diceva sempre sua figlia, Felice era un ragazzo bello, buono, dolce, gentile e le sarebbe piaciuto conoscerlo un po’ meglio. Certamente, da ragazza educata e di sani principi, non si era più fatta avanti sapendolo sposato ma, probabilmente in cuor suo celava per quell’uomo un sentimento più importante di un’amicizia. Sozzi osservò il ragazzo e gli disse: “Sentä un po’, tä ghé dä fa ädmän dä sirä?” (senti un po’, hai da fare domani sera?). Felice lo fissò con un’aria sorniona, facendogli intendere che non aveva proprio niente in programma se non stare seduto a guardare le stelle. Era certo che quell’uomo intendesse “combinare” qualcosa e ne ebbe certezza quando Giuseppe lo invitò a casa sua: “Penä ät finisi dä läurà, ät veni ä senä ä ca miä” (appena finisci di lavorare, viene a cena a casa mia). Felice, inizialmente, non disse nulla e continuò il suo lavoro come se nulla fosse ma Severino, vedendolo sempre ombroso e scontroso in quel modo si infastidì e saltò su: “Sentä, i trägedi i sücedän e i sücedärän sempär. T’è né äl prim e ät särè näncä l’ültim. Tirät sü pärchè son stuf dä vädät insì” (Senti, le tragedie succedono e succederanno sempre. Non sei né il primo e non sarai nemmeno l’ultimo. Tirati su perché sono stufo di vederti così).
Le parole di suo padre sembravano averlo spronato a reagire. Volse lo sguardo verso Giuseppe e assentì con la testa. Felice avrebbe accettato l’invito (così suo padre sarebbe stato contento) ancora inconsapevole del vero “fine” dell’uomo. Severino invece aveva inteso perfettamente quali erano le intenzioni di Sozzi e assestò una sonora pacca sulla spalla del figlio dicendogli: “Ät vé ämmà ti, néh…” (vai solo tu eh…). Giuseppe (Pipìn), terminato il lavoro con Severino, se ne tornò al Burg convinto che la sua attività di “sensale”[2] avrebbe dato frutto. La giornata volgeva al termine e Severino e Felice, stanchi morti, si sarebbero sognati un letto comodo dove andare a dormire.
Felice pensava continuamente a Rosetta, avrebbe passato notte a contare le stelle? Quella sera certamente no perché, nel frattempo, il cielo si era annuvolato e gli avrebbe consigliato di addormentarsi in fretta.
Intanto, Pipìn Sus, tornato a casa dalla figlia Santina, la informò della buona riuscita della sua operazione: convincere Felice ad andare a cena da loro. La ragazza si mostrò sorpresa ma contenta. Suo padre le fece intendere che non doveva decidere nulla e quell’incontro altro non era che la cordiale accoglienza in segno di rispetto e gratitudine verso la famiglia Degiorgi oltre che di solidarietà per il giovane vedovo. Che Santina si sentisse parte del “complotto” organizzato dal padre (che sapeva bene cosa voleva ottenere) era fuori discussione ma tuttavia, nutriva la speranza che anche Felice provasse interesse per lei. Quel ragazzo le era sempre piaciuto, ma la timidezza non le aveva mai permesso di manifestare i suoi sentimenti. Ma in ogni caso, comunque fossero andate le cose, Santina l’avrebbe presa con “filosofia” (anche se non sapeva di preciso cosa fosse). Mamma Caterina[3] la invitò a calmarsi e a comportarsi con naturalezza, senza preoccuparsi di chi aveva davanti. Doveva immaginare di trovarsi di fronte un buon amico e un bel ragazzo (e non un giovane vedovo) cercando di farlo sentire a proprio agio in casa Sozzi: gli stessi Severino e Pipìn erano grandi amici d’infanzia, avevano la stessa età, si erano sempre frequentati vivendo insieme molte esperienze fin dalla tenera età. Nella vita di entrambi non erano mai capitati episodi eclatanti, ma si erano divisi e ritrovati più volte.
La differenza tra i genitori di Santina stava tutta nelle finalità dell’invito: per mamma Caterina doveva essere una normale cena tra famiglie, per Giuseppe, invece, l’intenzione era quella di fare in modo che i due ragazzi si frequentassero. Il pomeriggio fu denso di preparativi, mamma Caterina preparò anche una deliziosa torta che sarebbe servita a rendere perfetta la serata. Santina raccolse dei fiori che mise in un vaso, rassettò casa da cima a fondo e rammendò una vecchia tovaglia da mettere in tavola. Infine si sedette: “Mi hö fai tüt” (io ho fatto tutto) esclamò rivolta a mamma e papà rimasti entrambi per tutto il giorno in casa a tenerle compagnia.
Mentre aspettava l’arrivo di Felice, Santina si preparò, indossando un vestito elegante. Mamma Caterina le spazzolò i capelli raccogliendoglieli dietro la nuca con una spilla. La ragazza era pronta e intanto il giovane era arrivato: “L’è pärmés?” (È permesso?). Mamma Caterina e papà Giuseppe accolsero il ragazzo come un figlio che torna da un lungo viaggio, abbracciandolo calorosamente e mostrandogli la loro vicinanza invitandolo a togliersi la giacca e ad accomodarsi. Il ragazzo rimase lì, immobile, non sapendo né cosa dire né come fare mostrandosi un po’ spaesato e distratto. Giuseppe, gli batté sulla spalla e disse: “At lä von ä ciämà” (te la vado a chiamare). Felice assorto nei suoi pensieri, non si era nemmeno accorto dell’assenza di Santina dando l’impressione di non interessarsene. Almeno fin quando Santina non entrò nella stanza adiacente folgorandolo con la sua bellezza. Il ragazzo stropicciò il cappello che stringeva tra le mani che all’improvviso sentì sudate e strabuzzò gli occhi come se gli fosse apparsa la Madonna[4]. Si sentì quasi svenire. La ragazza gli si avvicinò dicendo: “Buonasera Felice, sono contenta che tu sia venuto a casa nostra; che tu sia il benvenuto!”. Lui, ripresosi dallo stupore, le rispose titubante: “Buo-buo-nasera Sa-Santina, il piacere è tu-tutto mio!”. Giuseppe strizzò l’occhio a Caterina rallegrandosi tra sé di come Santina fosse riuscita in un batter d’occhio a distogliere Felice dal suo torpore.
Mentre mamma Caterina finiva di preparare la cena, Santina ne approfittò per invitare Felice ad uscire fuori per prendere un po' d’aria fresca. Uscirono a sedersi sul muretto, vicino alla roggia.
“Ci conoscevamo da bambini ma tu non sai nulla di me, vero?” gli domandò Santina. E riprese: “Mi dispiace veramente tanto per quello che ti è successo, conoscevo bene Rosetta, era una ragazza buona, generosa e bella”. Felice le rispose:” Cara Santina, hai ragione, era veramente come hai detto tu. Anch’io ricordo poco di te, eravamo troppo piccoli quando partii per Cairo”. Santina si scusò: Rosetta doveva essere ancora una ferita aperta per Felice. Le loro mani si incrociarono e Santina gli disse: “Basta parlare del passato, quello fa male ma se ti va potrei starti vicino, esserti amica, aiutarti, me lo permetti?”.
Felice, preso da pensieri contrastanti, avrebbe voluto sparire quasi per una sorta di rispetto nei confronti della moglie appena defunta, ma permettere a Santina di stargli vicino sarebbe servito a vincere il proprio passato: era troppo giovane per gettare la vita al vento, sentiva il bisogno di cullarsi nei ricordi ma provava pure la necessità di stimoli nuovi.
Con questi pensieri si convinse: “Certo che lo voglio, Santina, ti ringrazio tanto per la premura nei miei confronti”. Felice mise un dito sotto il mento di Santina, le alzò il capo e guardandola negli occhi le diede due baci: uno sulla guancia e l’altro sulla fronte. Poi la strinse forte a sé piangendo. “Che succede?” gli domandò Santina: “Perché piangi?”. Se il bisogno del giovane era di non sentirsi più solo, il distacco dal suo recente passato risultava ancora doloroso. Nonostante ciò le disse: “Santina, vorrei essere di nuovo felice ma ho paura”. I loro sentimenti stavano fuoriuscendo e mentre si trattenevano dallo scambiarsi un passionale bacio, dalla casa si udì forte: “L’è pront!” (É pronto!).
La magica atmosfera che si era creata intorno a loro svanì, come d’incanto. “Mamma, arriviamo!”rispose leggermente irritata Santina.
Quando i ragazzi rincasarono, i genitori si accorsero subito del cambio di atteggiamento del giovane mentre Santina non riusciva a staccargli gli occhi di dosso. Giuseppe li osservò e disse: “Mängè che lä venä frädä!” (Mangiate che si fredda!) riferendosi al buon minestrone che Caterina aveva preparato per tutti. Se il piatto si stava raffreddando, di certo l’atmosfera creatasi tra i due ragazzi era ancora discretamente bollente. Si erano promessi qualcosa di importante sopra quel muretto, magari con poche parole ma con molti sguardi. Felice prese la parola e domandò: “Siur Giüsép, siurä Cätärinä, vuris – cul vos pärmés – cugnäs mei lä vosä Säntinä” (signor Giuseppe, signora Caterina, vorrei – con il vostro permesso – conoscere meglio la vostra Santina). Mamma Caterina si mostrò contenta ma pur desiderando il bene di sua figlia si preoccupò anche della serenità del ragazzo. Papà Giuseppe, senza farsi notare, fece un gesto di “vittoria”, soddisfatto che la sua trama fosse andata a buon fine. I due giovani gustarono sia con il palato che col cuore quelle semplici pietanze di tutti i giorni che però data l’occasione, sembravano decisamente più buone del solito, così conditi dall’amore che stava sbocciando tra loro.
“Felicìn, tä ghé incurä fam?” (Felicin, hai ancora fame?) gli domandò Caterina indicando la padella sulla stufa. Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte e osservando Santina che gli fece cenno con gli occhi, di servirsi pure, si fece versare ancora un po’ di quella gustosa minestra, in attesa della fetta di torta che gli venne offerta poco dopo.
“Che sirä hö päsà!” (Che sera ho passato!) esclamò contento il giovane. Aveva tutto quello che un uomo potesse desiderare a ventidue anni: una famiglia, una ragazza speciale e tanti ricordi belli che non avrebbe mai dimenticato. Si commosse per l’emozione. “Vi ringrazio tutti per la stupenda serata, vado a casa da papà” disse. Salutò calorosamente Caterina e Pipìn ed uscì.
Santina lo accompagnò fuori, gli diede un bacio appassionato, come quello che si scambiano gli innamorati.
“Buona notte caro” gli sussurrò Santina.
“Buona notte cara” gli rispose Felice.
I due ragazzi si sarebbero dati appuntamento all’indomani, sempre di sera, dopo una faticosa giornata di lavoro.
[1] Modo di dire molto vecchio, lomellino ma non solo. Semplicemente come dire “te la faccio vedere io, non te la faccio passare liscia”. Il riferimento al Moro, cioè al popolo turco, considerato per antonomasia, un popolo cattivo ed opprimente.
[2] Il sensale (“sensàl” in dialetto) è il mediatore di contratti agricoli ma in quel caso è inteso come “combinatore di matrimoni”.
[3] Caterina Trabella, moglie di Giuseppe Sozzi, nata a Borgofranco nel 1791. Si sposa nel 1808, a 17 anni. La famiglia di Caterina era proprio originaria del Borgofranco. Questo cognome, oltre ad essere presente ancora oggi, è riscontrabile già dalla fine del ‘500: Oltrabella, Trabellis, De Trabellis sono le varianti che ho scoperto durante le ricerche. Caterina muore a Borgofranco nel 1871.
[4] I fatti di Massabielle avrebbero avuto luogo solo nel febbraio 1858.
1° FEBBRAIO 1842
Era una fredda mattinata di sole sia a Pieve del Cairo che a Borgofranco. Un gran giorno per Felice e suo padre, sempre presente nella vita del figlio[1] e un giorno speciale anche per Santina e per la sua bella famiglia[2]. I due paesi, per l’occasione, sarebbero sembrati meno distanti grazie all’unione dei due ragazzi. La parentesi triste del primo matrimonio del giovane aveva trovato un termine con l’incontro e il successivo innamoramento con Santina Sozzi, di quasi un anno più vecchia di lui[3]. I due ragazzi si conoscevano sin da bambini ma Felice, per ragioni familiari, era traslocato in un altro borgo già nel 1823.
Quel giorno, Felice e suo padre partirono da Pieve per la volta del Burg, rigorosamente a piedi. I vestiti erano gli stessi che avevano indossato allo sposalizio dell'anno precedente: i soldi, dopotutto, erano sempre pochi. “Sarà la volta buona?” pensò il ragazzo mentre si incamminava lungo il polveroso sentiero. Nel tragitto, attraversarono insieme tutti i luoghi della loro vita: Cairo, Gambarana passando per San Martino la Mandria, in lontananza si vedeva Cambiò (luogo delle nozze di Severino con Francesca nel lontano 1805) e infine Borgofranco. Prima di recarsi in chiesa raggiunsero la via maestra dove le sorelle di Severino, le zie Cristina, Veneranda e Marianna, con le loro rispettive famiglie, erano già lì ad attenderli. Poi, tutti insieme, come in processione, si avviarono verso la chiesa parrocchiale dedicata a San Bartolomeo Apostolo.
Il sagrato davanti alla canonica era già gremito di gente e dalla chiesa uscivano un intenso profumo di incenso ed il suono leggero dell’organo. Erano le 10 del mattino, lo scenario era identico a quello di un anno prima: mancava soltanto la sposa. La cara Rosa era arrivata con mezz’ora di ritardo a differenza di Santina che arrivò appena cessato il rintocco delle campane. Felice la vide in lontananza e mentre attendeva, ascoltava i commenti dei presenti, soprattutto delle vecchie del paese che dicevano tra loro: “Chi lé clé cul lì, che l’è vìduv näncä dä un an e sä spusä giämò?” (Chi è quello lì che è vedovo neanche da un anno e si sposa già?). Chi lo conosceva rispondeva: “L’è äl fiö äd Severino äd Giüli” (è il figlio di Severino di Giulio[4]).
La cosa buffa del pettegolezzo stava tutta nel non conoscere il nome dello sposo ma sapere esattamente le traversie della sua vita privata. Felice si voltò verso di loro e sorrise: “I finì dä ciäciärà?” (Avete finito di chiacchierare?). E quelle, come se nulla fosse accaduto: “Tanti auguri brav fiö!” (Tanti auguri, bravo ragazzo).
Santina nel frattempo arrivò e lui lasciò perdere quelle quattro galline parlanti per correrle incontro. Era bellissima con quell’abitino lungo grigio chiaro e il viso, illuminato dal sole, appariva incantevole. “Ciao tesoro” le disse e allo stesso modo rispose lei. Erano visibilmente emozionati, ognuno per le sue ragioni. Papà Giuseppe era meravigliato alla vista dei due sposi e Felice gli promise che avrebbe tenuto sua figlia stretta per tutta la vita.
I ragazzi entrarono in chiesa, don Francesco era pronto ad accoglierli per unirli in matrimonio. Quel parroco, che per una strana coincidenza era lo stesso sacerdote che aveva battezzato Santina il 31 ottobre 1819 e Felice il 21 settembre 1820, era tuttora reggente della parrocchia, dopo 23 anni[5]. Don Francesco ebbe per loro parole di conforto e di profondo affetto perché li aveva visti crescere. Recitò le formule di rito, fece una breve omelia e benedisse gli sposi. I testimoni del matrimonio erano Giacinto Bellisoni e Giovanni Grossi, entrambi residenti al Borgofranco.
Usciti di chiesa, i presenti si diressero ognuno alla propria residenza lasciando sul sagrato soltanto gli sposi, il parroco, i genitori ed i parenti stretti. Santina, insieme ai suoi genitori, invitò tutti a casa sua per un piccolo momento conviviale e festoso. Sotto la pergola (lä topiä) era stato preparato un tavolino con qualche biscotto secco, dolci, del pane fresco e del buon vino. Felice, di nome e di fatto, dall’alto del suo metro e cinquantatré, salì su di un robusto sgabello, si tolse la giacca e si rimboccò le maniche della camicia. Fatto ciò si schiarì la voce con un colpo di tosse e cominciò a parlare:
“Oggi è una giornata bellissima, mi sposo per la seconda volta e mia moglie Santina è una donna meravigliosa. Sono circondato dall’affetto della mia famiglia, l’età è tutta dalla mia parte. Sono pronto ad affrontare ogni situazione che saprà offrirmi la vita e sono sicuro che insieme a te, amore mio, riuscirò a farcela”.
Al breve discorso di Felice seguì un grande applauso da parte dei presenti che gli fecero i complimenti, notando nei suoi occhi la commozione. Scese da quello sgabello, si avvicinò a Santina e la riempì di abbracci e di baci. Le promise che non l’avrebbe mai delusa, che sarebbe stata molto fiera di lui e che si sarebbe sempre comportato bene, con lei e con tutti. Ringraziò i presenti con un brindisi ben augurale:
“Brindo alla mia sposa, brindo a me, alle nostre famiglie che ci amano e a tutti voi presenti, grazie infinite a tutti coloro che hanno partecipato alla nostra gioia”.
Non si può escludere che in quel momento fosse un pochino brillo perché, come a tutti gli uomini di campagna, piaceva il vino e nelle occasioni in cui era sulla tavola ne approfittava. (äl mätivä vulinterä lä buteliä äl col).
Il destino gli aveva dato una seconda possibilità, non per rinnegare il passato ma per valorizzarlo con questo nuovo inizio. Lui e la sposa erano l’immagine della serenità. I tempi erano veramente duri, la vita in Lomellina non offriva grandi speranze ed opportunità, ma quei due avevano la testa sulle spalle e avevano ben chiara l’immagine del loro futuro: desideravano avere dei figli, come tutti e – a Dio piacendo – sognavano di diventare vecchi, vedendosi circondati anche da nipoti e chissà quante altre cose. Nelle aspettative di ogni famiglia dell’epoca, i canoni erano piuttosto semplici e nei ceti medio-bassi come i loro non si aveva necessità di grandi cose.
E il destino, che dà e toglie, sarebbe stato benevolo.
[1] Severino, fino al termine della sua vita, non abbandonò mai suo figlio perché, dopo la morte della moglie avvenuta nel 1840, non si risposò più fino al 1867, anno della sua morte.
[2] La famiglia di Giuseppe Sozzi formatasi con il matrimonio celebrato nel 1808, in quell’anno è composta da papà Giuseppe (1786-1847), mamma Caterina Trabella (1791-1871) e da 5 figli. Santina è la secondogenita. Prima di lei Francesco (1809-1883), dopo di lei Gaspare (1820-1883), Carlo (1826-1904), Rosa (1829-1896). Tutta la famiglia di Santina darà origine a molte famiglie ancora oggi presenti a Suardi (Borgofranco).
[3] Maria Santina Sozzi, di uqasi un anno più vecchia di lui, nata a Borgofranco la notte del 31 ottobre 1819; fu battezzata da Don Francesco Bosio, lo stesso sacerdote che la sposerà.
[4] Difatti il padre di Severino si chiamava Giulio Degiorgi (1762-1800).
[5] Don Francesco Bosio resse la parrocchia di Borgofranco dal 1817 al 1849 ricoprendo l’incarico per 32 anni. Teologo, colto e puntiglioso. È a lui che si deve il preziosissimo indice dei nati e dei matrimoni dal 1580 e continuato per suo volere dai suoi successori. Questo volume, ancora ben conservato, è stata una fonte preziosissima per ricercatori in erba come me.
BENVENUTO GIOVANNI
Trascorse senza troppe preoccupazioni il 1842 portando con sé la “buona novella”: Santina in attesa di un bambino. Nessuno di loro sapeva se si trattasse di un maschio o di una femmina ma, secondo i calcoli fatti da Caterina, la mamma di Santina e in base a quelle - come diceva lei - “rob dä don” (cose da donne) e alla luna[1], il termine per dare alla luce il nascituro era stimato per l’inizio di marzo dell’anno successivo, 1843.
Felice, da quando aveva saputo della gravidanza, era l’uomo più eccitato del mondo, al punto tale che, ad ogni minima occasione sgattaiolava a casa per vedere come stavano Santina e la creatura che portava grembo. Anche solo per pochi minuti, il tempo di controllare, dare un bacio sulla pancia della moglie e ritornare di nuovo nei campi. Avrebbe voluto un maschietto, per tanti motivi, ma il sesso del nascituro non era una cosa prioritaria perché, ricordandosi quello che diceva sempre sua mamma e anche nonna Maria: “L’impurtänt l’è che äl siä sän” (l’importante è che sia sano) e con questa prospettiva attendeva con una certa trepidazione che si concludesse la gravidanza.
L’alba del 9 marzo 1843 sorprese Santina già sveglia e in preda a forti dolori: il momento che tanto attendeva, era evidente, stava arrivando. Mamma Caterina, provvidenzialmente (perché secondo lei “l’erä quasi urä” (era quasi ora), si era fermata a Pieve per alcuni giorni e grazie a Dio, sapeva “quello che c’era da fare”. Chiamò Felice dicendogli: “äg sumä quasi neh…” (ci siamo quasi) e lo invitò a preparare una grande tinozza con molta acqua calda. Purtroppo non c’era nessuno che potesse aiutarla ad assistere Santina ma, il dottor Beccari, per una fortuita coincidenza, era stato in visita ad un’anziana accanto all’abitazione dei Degiorgi e, mentre stava per andarsene, si ricordò che Santina era quasi giunta al termine e si avvicinò.
“Severino, Felice, è il momento? Intanto che sono qui, posso fare qualcosa per voi?” chiese. Quei due uomini, sentendosi quasi “miracolati” dalla visita, lo fecero accomodare: “Catärinä, ghè chi äl siur dutur” (Caterina, c’è qui il signor dottore). La donna, comunque preparata all’evento, sorrise e tirò un sospiro di sollievo: “Siur dutur, son cuntentä che äl’siä chi” (signor dottore, sono contenta che sia qui). Beccari la aiutò nei preparativi, il travaglio continuava ma era controllato da persone sapienti: le conoscenze di un medico capace e l'esperienza di una vecchia madre costituivano un'accoppiata vincente.
Alle undici del mattino, un fortissimo vagito echeggiò nella casa. Erano 23 anni che Severino non sentiva più piangere qualcuno. Il dottor Beccari uscì dalla stanza e raggiunse i due uomini dando loro la notizia che si aspettavano: Felice era diventato padre e Severino nonno. Le loro lacrime di gioia testimoniarono che una “lieta novella” era arrivata. Mentre il giovane correva in casa a vedere come stavano Santina e il bambino, Severino si recò da don Cerra per dargli la notizia: “Siur prevost, l’ha näsü” (signor prevosto, è nato). Il sacerdote, accogliendo l’annuncio con gioia, fissò il battesimo al vespro[2].
Il dottor Beccari se ne tornò al lavoro avendo molte visite da fare. “Dutur, dutur, äl so distürb?” (Dottore, dottore, il suo disturbo?) lo fermò Caterina. Beccari le rispose tranquillizzandola: “Caterina, non preoccuparti, siamo a posto così … anzi, facciamo che la prossima volta mi dai una gallina”. Caterina allora, rasserenata disse: “Brau siur dutur, unä bélä gälinä pär lä vosä sciura Rusetä”[3] (Bravo signor dottore, una bella gallina per la vostra signora Rosetta). E se ne andò senza ricevere alcun compenso.
Intanto, nella casa, si respirava una serenità incredibile e le urla “belle” del neonato riempivano la stanza. Santina aveva il viso emaciato, era provata perché minuta di costituzione ed al suo primo parto, ma si stava riprendendo. Mamma Caterina diceva: “L’è äl mal däl smintiòn” (è il male di chi si dimentica).
Santina chiamò il marito vicino al letto e gli disse: “Amore, hai visto quant’è bello?” e aggiunse: “Come lo chiamiamo?”. Felice aveva un piccolo calendario dentro la Bibbia che aveva conservato da quando era ragazzino e verificò a quale Santo era dedicato quel giorno: era San Giovanni di Dio. “Giuàn” (Giovanni): rispose ad alta voce e Santina aggiunse “Antonio” perché era il secondo nome con il quale era stato battezzato suo padre. Il bambino era Giovanni Antonio Degiorgi[4]. Severino, di ritorno dalla chiesa, disse loro che il battesimo sarebbe stato officiato la sera stessa per le sei. “Nonno Severino, vuoi vedere quanto sono bello?” disse Santina al suocero, come se fosse il bambino a domandarglielo. Severino, alla vista del suo primo nipotino scoppiò di gioia.
La mattina passò in un baleno così come il pomeriggio. Mentre fuori il cielo imbruniva, la famiglia era pronta per il battesimo del piccolo Giovanni Antonio. Incamminandosi per il sentiero, arrivarono in chiesa. Il prevosto e due chierichetti erano ad attenderli sulla porta. La messa del vespro era molto frequentata, soprattutto da chi tornava dal lavoro nei campi ma anche da tanti fanciulli. Santina e Felice, accompagnati da Severino, Giuseppe e Caterina, portarono il bimbo al fonte battesimale. In quell’occasione, mancando un padrino e una madrina, decisero di chiedere il favore ad un amico di Felice, Francesco Ferrari, sarto, il quale accettò senza riserve. Don Giovanni celebrò il rito battesimale, benedisse il bambino ed i genitori aspergendoli con l’acqua santa. Era il 9 marzo 1843 e Giovanni Antonio fu battezzato alle ore 18. In quell’anno era già ventisettesimobambino a ricevere il sacramento, nella chiesa della Beata Vergine della Consolazione di Pieve del Cairo[5].
Il piccolo Giovanni si addormentò tra le braccia della mamma, la famiglia si incamminò verso casa salutando e ringraziando tutti coloro che avevano condiviso la loro gioia. Non festeggiarono l’evento perché erano stanchi e Santina era esausta, considerando che solo sei ore prima era ancora sdraiata sul letto con le doglie del parto. Mamma Caterina preparò per tutti un brodo caldo e Santina attaccò al seno Giovanni per un’ultima poppata.
Severino e Giuseppe arrotolarono del tabacco ed uscirono in cortile a fumare. Nonna Caterina prese in braccio il piccolo e lo adagiò nel lettino pronto da tempo.
Santina si addormentò, la candela sul tavolo si spense e il buio della notte si posò su ogni cosa.
[1] Come conoscevano le stagioni le persone di quel tempo ? La Luna ed il Sole poi regolavano tutto: le stagioni, le piogge, le carestie, i raccolti, la vita e … anche la morte.
[2] Momento della giornata intorno all’ora del tramonto. Nella liturgia cattolica, la penultima delle ore canoniche, tra nona e compieta e la parte dell’Uffizio che in essa si recita o si canta. Il vespro è la sacra funzione pomeridiana. Era l’ora tarda del giorno verso il tramonto, cioè il crepuscolo serale.
[3] Rosa Magnani, di famiglia benestante, moglie del dottor Giuseppe Beccari.
[4] Il mio bisnonno Giovanni Antonio Degiorgi (9 marzo 1843) … scopriremo la sua vita, durante il racconto. Sarà sempre chiamato soltanto Giovanni, in ogni documento che parla di lui.
[5] Nel 1843 sarebbero stati battezzati 100 bambini; circa la metà di loro morì entro l’anno di vita. Succedeva spesso, per tantissimi motivi, dal più banale al più serio.
LA CREDENZA DI MARZIANO
“Äm piäsäris äveg un bél mòbil e un lët növ” (mi piacerebbe avere un bel mobile e un letto nuovo) aveva sempre detto Felice da quando si era sposato con Santina. Riuscì a coronare il suo desiderio grazie alle sapienti mani di un amico falegname al quale commissionò la realizzazione di una credenza e di un letto matrimoniale. Si trattava di Märsiän Betàli (Marziano Bettaglio)[1], falegname e amico di famiglia, già sulla quarantina, maestro d’arte nell’allestimento di mobili, lavorazioni in legno e tutto quanto aveva a che fare con il legname[2]. Il progetto dei novelli sposi era di avere qualcosa di nuovo per la loro casa ma Marziano non era riuscito ad accontentarli per quell’anno, il 1842, perché esattamente il 26 agosto, gli era nato un altro figlio.
La moglie, Maddalena Angeleri, gli aveva regalato il sogno di diventare padre per l’ennesima volta. Era il decimo e lo avevano chiamato Melchisedech[3]. Un nome piuttosto originale, altisonante e biblico assegnatogli da genitori molto credenti e timorati di Dio, dopo averlo ascoltato più di una volta nelle prediche di don Cerra. Nella narrazione biblica veniva venerato dalla chiesa come un sacerdote eterno. “Tu sarai sacerdote per sempre, a modo di Melchisedech” diceva la Bibbia così come ripeteva don Cerra durante le sue omelie. Quel nome, che piaceva tantissimo alla madre, avrebbe sicuramente stupito tutti.
Dopo la nascita di Melchidesech, Marziano[4] si mise all’opera e costruì per Felice e Santina, un armadio con tre ante e un solidissimo letto matrimoniale in legno di rovere. Glieli consegnò sul finire del 1843, quando le prime nebbie novembrine iniziavano a fare capolino sulle terre lomelline. Felice glielo pagò poco alla volta con la fatica del suo lavoro, intensificando le ore in campagna. Marziano, che lo conosceva bene, si fidava e avrebbe aspettato, anche a lungo ben sapendo che non avrebbe perso nemmeno un centesimo della somma pattuita. Quel mobilio indispensabile per la casa avrebbe reso felice la giovane Santina che, avrebbe riposto le stoviglie, le tovaglie che le aveva dato in dote la madre Caterina e le cose di casa. L’odore buono del legno della nuova credenza e del letto permearono ogni angolo della casa per molto tempo.
Santina ringraziò il marito per il bellissimo regalo davvero utile per una famiglia che stava crescendo.
[1] Marziano Antonio Maria Bettaglio (1803-1890), figlio di Giacomo Antonio (1777-1831) e di Epifania Balduzzi (1770-1834), falegname di Pieve del Cairo insieme a Brunoldi e Magenta (nel periodo di metà ottocento). Per un gioco del destino, la famiglia Bettaglio si imparenterà con i Degiorgi. La moglie era Maddalena Angeleri (1803-1860). Sposati nel 1824, ebbero 10 figli.
[2] Per lo più, i falegnami in quell’epoca erano impiegati nelle riparazioni e nella costruzione di ruote per carri e carretti
[3] Melchisedech Bettaglio (1842-1930): Il suo atto di battesimo riporta il nome tradotto in italiano: Melchisedecco
[4] Portava il nome di un grande santo della chiesa, primo vescovo di Tortona
MARIA DOMENICA
Erano trascorsi due anni e Giovanni cresceva sano come un pesce. Il piccolo era un bambino meraviglioso, vivace, con i capelli castani piuttosto lunghi, dai riflessi ramati come quelli di papà Felice. Nonno Severino invecchiava bene: aveva quasi sessant’anni ma si sentiva ancora in forma e pieno di energie grazie al nipote. Si era intorno alla fine di febbraio del 1845 e Severino aveva perso da poco la sorella Margherita[1] defunta il 19 gennaio (lo stesso giorno in cui era nata 61 anni prima): una perdita che bruciava ancora parecchio nel cuore di Severino seppur alleviata dalla presenza di quel meraviglioso nipotino e da Santina, nuovamente incinta di un nuovo ospite per casa Degiorgi.
Così il tempo del parto arrivò e la storia ebbe modo di ripetersi, come quando era nato Giovanni. Mamma Caterina si era stabilita da lei già da qualche giorno (seguendo i suoi calcoli affidati al ciclo lunare) e in un’atmosfera serena e naturale, la giovane era entrata in travaglio assistita dalla sola madre (questa volta l’aiuto del dottor Beccari, sarebbe stato superfluo). Alle cinque del mattino dell’8 Maggio 1845, insieme al canto del gallo, venne alla luce una bambina. I primi vagiti fecero intendere come godesse di buona salute con le due manine già agitate in aria. Fu un parto naturale, Santina era stata bravissima e ai soliti due “pov’r òm” (poveri uomini) di Severino e Felice era toccata, come per la prima volta, la preparazione dell’acqua calda mentre Caterina aveva già provveduto ad approntare i panni, le stoffe e le pezze pulite per avvolgere la bambina.
Stavolta c’era uno spettatore in più, il piccolo Giovanni che, con la curiosità di un bimbo, si era avvicinato timoroso alla mamma, mandandole un bacio con la manina. Guardò la piccola con uno sguardo talmente dolce che tutti si commossero. “È la tua sorellina tesoro” gli disse la mamma. Giovanni arrossì e accennò con la testolina un timido “si”. Stavolta non ci fu bisogno del calendario per decidere il nome perché entrambi erano propensi a dare il nome della nonna (dalla nonna cara al cuore di Felice, Maria Domenica). Decisero così di chiamare la piccola Maria Domenica Degiorgi[2]. Era una bellissima bambina, pronta per essere battezzata. Nonno Severino, che venne incaricato di riferire al parroco dell’evento, si mise d’accordo con lui per le sette di sera[3] e, tornando, riferì l’orario a suo figlio.
La mattina ed il pomeriggio passarono in fretta, il piccolo Giovanni giocò quasi tutto il giorno in cortile, rincorrendo galline e oche. Erano i divertimenti di allora che tutti i bambini amavano fare. Non era ancora il momento ma ben presto, Giovanni avrebbe avuto una nuova compagna di giochi.
La famiglia intanto si preparò: mamma con la piccola, papà, nonno Severino e nonna Caterina con il piccolo Giovanni in braccio. Nel frattempo li raggiunse nonno Giuseppe, in arrivo da Borgofranco dal lavoro nei campi. Si diressero verso la chiesa parrocchiale, dove ad aspettarli stavolta c'era il curato don Giovanni Gambarana al posto di don Cerra; quest'ultimo, infatti, doveva portare a termine un'estrema unzione improvvisa. All'epoca, nascite e morti erano spesso concomitanti e toccava ai poveri preti di campagna prendersi carico di ogni tramite ultraterreno. Il curato battezzò la bimba, la benedisse insieme alla famiglia. “Che nome date alla vostra bambina?”: chiese don Giovanni. “Maria Domenica”: risposero all’unisono mamma e papà, orgogliosi di aver scelto quel nome. Come padrino, venne scelto il signor Giovanni Battista Piazza (di Marcantonio), agricoltore. Nel frattempo, terminato il battesimo, arrivò il parroco, in tempo per compilare e firmare il registro. Era l’8 maggio 1845 e, alle sette “della sera”, la piccola Maria Domenica Degiorgi era stata battezzata ed il suo atto trascritto al n. 48 di quell’anno[4].
La famiglia se ne tornò tranquillamente verso la Contrada del Po mentre la sera calava dolcemente sul borgo di Pieve.
[1] Margherita Veneranda Degiorgi, nata a Borgofranco il 19 gennaio 1784 e morta il 19 gennaio 1845, giorno in cui aveva compiuto 61 anni. Si era sposata nel 1811 con Ferdinando Abbove di Bassignana e aveva avuto 6 figli.
[2] Nella vita si sarebbe sempre chiamata, semplicemente, Maria.
[3] Come si può notare, sia per Giovanni che per Maria Domenica, si usava battezzare subito i bambini, al massimo il giorno seguente, se il parto avveniva a tarda sera o nella notte.
[4] Nel 1845, nella chiesa parrocchiale di Pieve del Cairo, vennero battezzati 113 bambini. Se si pensa a questo numero, oggi, dobbiamo aspettarcelo in circa 10 anni.
IL DEBITO DA PAGARE
In casa Degiorgi regnava la tranquillità di una famiglia contadina, dedita al lavoro ed alla cura dei figli. I giorni si ripetevano uguali, con i loro ritmi, le usuali abitudini e i problemi da risolvere. Nonno Severino, dall’alto della sua saggezza, curava con scrupolo la gestione della casa, del lavoro e la sua presenza era indispensabile. Lavorava dalla mattina alla sera, con una volontà ed una forza ammirevoli sia l’orto, che i campi, ritagliandosi comunque il tempo per prendersi cura anche dei suoi amati nipoti. L’armonia famigliare si interruppe improvvisamente con l’arrivo di una lettera ufficiale inviata dall’Intendenza della Lomellina[1] con destinatario il Signor Severino Degiorgi. La busta portava un timbro dall'apparenza elaborata che testimoniava l’ufficialità del suo contenuto[2].
Santina, che aveva ritirato la lettera, attese che arrivassero a casa i suoi uomini, prima di aprirla. Lei, totalmente analfabeta, era ignara del contenuto così come dell’intestatario e del mittente. La mise sul tavolo pensando che, qualcuno prima o poi, se ne sarebbe occupato.
Per comprendere meglio il contenuto della missiva bisognerà compiere un passo indietro, non di molti anni ma, fondamentale per capirne il significato:
… Gli spostamenti di Severino Degiorgi, insieme alla famiglia sono già stati precisati sin qui nel corso del racconto.
Il suo peregrinare era iniziato nel 1823 quando dal Borgofranco era arrivato a Cairo, dov’era rimasto fino al 1840, anno in cui era morta la moglie Francesca per spostarsi l’anno successivo, il 1841, a Pieve del Cairo. Tra il 1823 e il 1840 c’era già stata una breve parentesi pievese, nella Contrada del Po (l’attuale Via Angeleri) dal 1831 al 1832, alla quale era seguito un suo spostamento di nuovo a Cairo e nuovamente a Pieve, sempre nella Contrada del Po dal 1841 al 1846. Tutti movimenti regolamentati da contratti, dapprima di affitto, poi di vendita rogitati dai notai preposti. Severino aveva sempre pagato regolarmente le tasse che doveva: sulla casa, sulla famiglia (il focatico)[3] e sui pochi appezzamenti di terreno in suo possesso.
Almeno … Severino pensava di aver pagato tutto regolarmente, negli anni, ma …
Questo continuo andirivieni da un luogo all’altro, normale per quell’epoca e inoltre necessario a garantire una condizione di vita accettabile per la famiglia, poteva comportare possibili disguidi e verosimilmente conseguenti errori nella compilazione degli atti amministrativi ufficiali.
Felice e Severino rincasarono verso sera e trovarono quella busta sul tavolo. Per Santina era solo un foglio di carta con un testo indecifrabile. Felice sulla busta lesse il nome del padre e gli disse: “L’è pär ti!” (è per te!). Severino, un po’ preoccupato chiese al figlio di leggere cosa conteneva. Dopo averla letta attentamente, Felice capì che si trattava di un pagamento che Severino non aveva effettuato. Era la notifica di un affitto che, secondo la vecchia proprietà della casa che aveva abitato, ovvero la Veneranda Confraternita di San Giovanni Battista, non era stato saldato per il primo anno di residenza, cioè tra il 1831 e il 1832. La somma era piuttosto alta 170,73 Lire del Piemonte) per un immobile con annesso “sedime ad uso orto e stalla”. In pratica, dato che il suo salario era circa 30 Lire al mese, avrebbe dovuto lavorare per almeno sei mesi per saldare il suo debito con la Veneranda Confraternita. Per non preoccupare Santina, le dissero che si trattava di un errore e che il destinatario di quella busta non era lui e che sarebbe andato in Comune a chiedere spiegazioni per tale errore. La giovane nuora lo guardò e credette alle sue parole, solo perché aveva piena fiducia in quell’uomo.
Per la verità, nonostante la pessima notizia giunta con quella lettera, Severino non mostrò la benché minima preoccupazione e pagò il debito fino all’ultimo centesimo, dando fondo, ahimè, ai pochi risparmi messi da parte. “Papà, tè sicür?” (papà sei sicuro?): gli aveva domandato Felice. Lui, nonostante una punta di preoccupazione non mostrò segni di cedimenti e disse: “Si Felice, sta tränquil” (Si Felice, sta tranquillo). La tenacia e la caparbietà di quell’uomo lo avrebbero aiutato a superare ogni difficoltà. Tuttavia, anche Felice lo aiutò ad estinguere il debito in metà tempo utilizzando anche la sua parte di compenso. Per assicurarsi di non avere altre inadempienze, l’uomo fece fare un controllo delle sue tasse che risultarono in ordine. Al termine del 1846 ricevette la lettera che confermava l’avvenuto pagamento.
La serenità ritornò in Casa Degiorgi anche se a onor del vero, il vecchio Severino non l’aveva mai persa. Forte del proverbio: “Pägà e murì äs fa sempär in temp” (pagare e morire si fa sempre in tempo) accompagnò quel commento con una sonora risata.
[1] L’intendenza di Lomellina era un organo deliberativo della Provincia di Lomellina, istituita nel 1818 e durata fino al 1859. Il 10 novembre 1818, il re Vittorio Emanuele I emanò un editto ché raggruppò tutta la Lomellina sotto un'unica amministrazione e prefettura con sede a Mortara, nonostante il primato storico, economico e religioso della città di Vigevano. L’intera provincia era sotto le dipendenze della divisione di Novara. Con il Risorgimento la provincia fu ridenominata circondario nel 1859, tornando all'antico legame con Pavia, città ticinese passata sotto i Savoia.
[2] Gli stati italiani attuarono la riforma che porta all’utilizzo del francobollo a partire dal 1850 e a seconda delle varie zone, anche più tardi. Nel caso di Pieve del Cairo, che era sotto il Regno di Sardegna, la data era del 1° gennaio 1851.
[3] focàtico (o fuocàtico) dal latino medievale focatĭcum, derivante del latino focus focolare, fuoco. – In epoca medievale, l’imposta diretta personale riscossa per fuoco o famiglia, in genere in misura uguale qualunque fosse il numero dei componenti della stessa o il loro reddito. Il termine è rimasto in uso in alcuni comuni fino ai nostri giorni, per indicare tradizionalmente l’imposta di famiglia applicata in luogo dell’imposta sul valore locativo.
ADDIO “PIPIN SUS”
Gli anni che passavano lasciavano ad ognuno bagagli interi di esperienze, di gioie e dolori. In casa Degiorgi la serenità aveva trovato posto e per una certo numero di anni aveva rimpiazzato i momenti bui che ogni famiglia è destinata a provare.
Intanto, in casa Sozzi (i Sus) a Borgofranco, non si attraversava un felice momento. Mamma Caterina aveva spedito Gaspare, il fratello di Santina, a Pieve per far sapere alla sorella che suo padre (Pipìn) stava male e voleva vederla. “Gaspär, curä ä lä Piev dä to surelä!” (Gaspare, corri a Pieve da tua sorella!) gli disse. Era l’alba del 2 giugno 1847 quando Santina ricevette l’inaspettata notizia. Felice le disse: “Vai con Gaspare, corri a vedere come sta tuo padre prima che sia troppo tardi”. Santina diede un bacio ai bambini dicendo loro: “Fate i bravi con papà e il nonno, mamma tornerà presto!”. Gaspare e Santina si diressero velocemente verso il Burg dove mamma Caterina li stava aspettando e, piangendo, li aveva fatti entrare in casa. Papà Giuseppe era a letto, stava molto male e c’era anche il dottore venuto a visitarlo. Pipìn udita la voce di sua figlia la chiamò: “Santina, venä chi” (Santina vieni qui). Il medico uscì lasciandoli soli. La ragazza si rattristò fin al punto di svenire. “Papà, sono qui con te” gli disse. “Posso fare qualcosa per te? Chiedimi quello che vuoi”.
Guardandola dolcemente negli occhi non aggiunse nulla. Le volle solamente dare un bacio prima di addormentarsi per sempre. Attorno a papà Giuseppe, c’erano tutti i suoi figli, la moglie Caterina e la sua Santina, che aveva atteso prima di andarsene. Erano le nove del mattino del 2 giugno 1847 quando Giuseppe Antonio Sozzi morì all’età di 61 anni. Le esequie furono celebrate l’indomani, per dar modo ad altri parenti di raggiungerli dai paesi limitrofi. Arrivarono così anche Felice e Severino con i due bambini, anche loro desiderosi di salutare nonno Giuseppe un’ultima volta.
LUIGI
Fu un anno molto importante, sotto ogni punto di vista e per questo, prima di proseguire con il racconto, lascio parlare – per un istante - la storia con la “S” maiuscola:
… Ancor prima della Prima guerra d’indipendenza contro l'Austria vi fu nel 1848 una serie di sanguinose insurrezioni anti-asburgiche nelle tre più importanti città del Lombardo-Veneto: l'8 febbraio a Padova, il 18 marzo a Milano (durante le Cinque giornate) e il 22 marzo anche Venezia aveva cacciato gli Austriaci, i quali si ritirarono nel cosiddetto "quadrilatero", ovvero una posizione strategica costituita da quattro fortezze (Verona, Peschiera del Garda, Legnago e Mantova), situate tra Lombardia e Veneto; in territorio veneto fu proclamata quindi la Repubblica di San Marco. Allora il re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia, il 23 marzo 1848, si pose a capo di una coalizione di Stati italiani e dichiarò guerra all'Austria, nell'intento di conquistare il Regno Lombardo-Veneto. Nelle prime fasi la guerra fu favorevole alle truppe guidate da Carlo Alberto di Savoia, ma quando il Papa si ritirò dal conflitto poiché l'impero austriaco aveva minacciato uno scisma, la maggior parte degli stati italiani ritirò il proprio appoggio all'impresa. Rimase così solo il Piemonte sabaudo a combattere contro l'Austria…
Tuttavia, in Lomellina – nel borgo di Pieve del Cairo, in casa Degiorgi la storia con la “s” minuscola (non meno importante di quella che si legge sui libri) stava per essere scritta in un altro modo, con altri fatti e l’arrivo del terzo figlio di Santina e Felice affievolì quel sentimento di tristezza dell’anno prima dovuto alla scomparsa di nonno Giuseppe[1]. Una perdita decisamente grave sia per i Sozzi che per i Degiorgi.
Il 15 di aprile di quell’anno, la gravidanza di Santina stava volgendo al termine, si sentiva quasi pronta ad affrontare un travaglio che sarebbe arrivato due giorni dopo, il 17 aprile quando l’ormai costante ed indispensabile presenza di mamma Caterina lasciava intendere che era arrivato il momento. Già dalle prime ore del mattino Santina non stava bene, era nervosa, agitata. Le doglie durarono diverse ore quando finalmente, tra dolore e fatica, intorno alle 11 del mattino, diede alla luce il terzogenito, un bellissimo maschietto. La gioia fu così grande che l’emozione di Felice, di nonno Severino, di nonna Caterina si palesò in lacrime di gioia. Era nato un bambino proprio di lunedì ed era il primo giorno della Settimana Santa, appena prima della Pasqua che sarebbe arrivata la domenica successiva.
Dopo i soliti preparativi e le medesime premure avute sia per Giovanni che per Maria, il bambino venne lavato, preparato e consegnato a Santina che se lo avvicinò dolcemente al viso. Lo chiamarono Pietro Luigi[2]. Il papà chiamò i bambini per presentargli il nuovo fratellino. I bimbi si avvicinarono alla mamma, osservando con quei loro meravigliosi occhi pieni di stupore il piccolo Pietro Luigi che agitava le sue manine quasi a volerli toccare, come se avesse già capito chi fossero. Giovanni e Maria avevano rispettivamente cinque e tre anni ed erano due bambini vivaci e curiosi. Per quei tempi, il più grandicello si sarebbe quasi potuto considerare in età da lavoro[3].
Don Giovanni Cerra celebrò il battesimo di Pietro Luigi la sera, durante la messa, alla presenza di molte persone. Nonna Caterina lo teneva in braccio perché Santina non riusciva a staccarsi di dosso Maria che, gelosa, voleva stare con lei. Il piccolo Giovanni era mano nella mano con nonno Severino, Felice era in fianco alla suocera reggendo la candela accesa, simboleggiante la luce di Cristo. Il prevosto, terminata la funzione, compilò il registro dei battesimi. Tornando a casa, il piccolo Giovanni volle tenere in braccio il fratellino perché voleva far vedere a tutti che stava diventando grande e che avrebbe potuto badare a lui. Diceva, innocentemente: “Mamä, ädes äg son mi ä iütat, insì tät riposi un po’ (Mamma, ora ci sono io ad aiutarti, così ti riposi un po’!). Che premure amorevoli aveva quel bambino, era proprio un “ometto” come lo chiamavano i membri della sua famiglia. Maria invece era una “piagnona” (unä gnagä) e, per il momento, era tutt’altro che la classica “donnina” di casa: la bambina era desiderosa di mille attenzioni, quelle che sembrava le mancassero con l’arrivo di Pietro Luigi. Tuttavia, erano ancora piccoli e Severino, di fronte a queste situazioni continuava a ripetere: “Äg va äveg päsiensä, ien fiö” (bisogna avere pazienza, sono bambini). Tornati a casa per l’ora di cena, i nonni coccolarono un po’ il piccolo mentre mamma e papà si occuparono di dare attenzioni e coccole a Giovanni e Maria. Il giorno 17 Aprile 1848, Pietro Luigi Degiorgi[4] era stato battezzato, aggiungendo un’altra anima al paese di Pieve prendendo posto in quella piccola comunità.
Attorno alla famiglia Degiorgi, molti avvenimenti d’arme avevano luogo e Felice che sapeva leggere, si teneva informato sui fatti che stavano accadendo in Lomellina.
… Intanto, il Re Carlo Alberto fece passare alle sue truppe il Ticino a Pavia. Le sfortunate vicende belliche successive costrinsero il re a ritirarsi a Vigevano ed a chiedere l'armistizio del 6 agosto 1848. L'anno successivo, scaduto l'armistizio, vengono riprese le ostilità: dopo un primo scontro a Cava Manara, le truppe austriache comandate dal vecchio generale Radetzky sconfiggono i piemontesi in due battaglie[5], alla Sforzesca (il 21 marzo) e a Sant'Albino di Mortara (il 22 marzo). L'infausta giornata di Novara determina l'abdicazione di Carlo Alberto il 23 marzo 1849.
La storia della gente comune si intrecciava con quella di un’Italia non ancora “fatta”, in balia di eserciti che la soggiogavano e le impedivano di avere una propria identità nazionale.
Intanto … la prima guerra d’Indipendenza termina il 23 marzo 1849 con la sconfitta piemontese di Novara. L’armistizio di Vignale (quartiere di questa città) vede vittoriosi gli austriaci sui nostri territori.
[1] Era entrambi nati a Borgofranco nel 1786.
[2] Nella vita quel suo primo nome, Pietro, non venne mai usato. Questo bambino sarà sempre conosciuto con il nome di Luigi, in ogni documento e in ogni avvenimento che lo riguarderà.
[3] I bambini venivano impiegati in molte mansioni dagli 8 anni in poi, in condizioni igieniche malsane e circa 12 ore al giorno, comprese le domeniche.
[4] Nel registro dei battesimi del 1848, Pietro Luigi Degiorgi fu il 27mo bambino ad essere battezzato.
[5] Le battaglie non furono molto sanguinose, durante la prima guerra d’indipendenza successero più che altro scaramucce e spostamenti di truppe.
RICCHEZZA E POVERTÀ A CONFRONTO
La vita della famiglia Degiorgi a Pieve del Cairo scorreva tranquilla mentre i tre frugoletti crescevano. Nel 1849, Giovanni aveva sei anni, Maria quattro e il piccolo Luigi, ultimo arrivato, uno. Nonno Severino aveva già sessantadue anni mentre Felice e Santina erano ormai due adulti trentenni. Il lavoro per fortuna non mancava, la vita nei campi era dura, i raccolti gestiti oculatamente e in più c’era il grande orto che Santina curava con amore. Anche il bestiame dava un sacco da fare: tra galline, oche, anatre, due mucche ed un cavallo, la famiglia non aveva di che annoiarsi. In quell’anno, il 1849, a Borgofranco, morì don Francesco Bosio, il sacerdote che per 32 anni aveva retto la parrocchia di San Bartolomeo Apostolo e che fu, sia per Felice che per Santina, il prete che li aveva battezzati e che, nel 1842, li sposò. Era stato un uomo molto colto, una persona meravigliosa che aveva messo al centro della propria vita i poveri e i bisognosi, cioè quelli che nella società vengono considerati ultimi. E nel borgo, come a Pieve, erano molti ad essere indigenti e ad avere bisogno di aiuto. Felice volle partecipare alle esequie del sacerdote come dimostrazione di grande stima, affetto e riconoscenza nei confronti di un uomo che era stato parte integrante della sua vita e di quella della moglie Santina. Un gran numero di persone partecipò alle esequie che furono officiate da don Luigi Berri[1]. Tutte le autorità del paese erano presenti al funerale e tra questi, l’altra famiglia Degiorgi, quella ricca, che al Burg contava veramente. Il defunto don Bosio curava, insieme a don Giuseppe Casone e al Berri, il Pio Ospedale in origine sotto il titolo di San Giacomo dei Pellegrini e diventato poi, attraverso un legato del 1846, “Opera Pia Degiorgi”[2].
Cos'era questa storia? Un'altra famiglia a Borgofranco, col suo stesso cognome? E Felice, lo sapeva? Certo che lo sapeva! La sua famiglia ne era al corrente, da tempo. Numerosi avvocati, alcuni notai e parecchi agricoltori e possidenti, avevano fatto parte di quella famiglia di benestanti e facoltosi, proprietari terrieri che facevano lavorare i contadini, quelli che come lui avevano poca terra. Severino ogni tanto raccontava a suo figlio Felice questa storiella, semplice ma molto efficace, tramandatagli da suo padre Giulio e a sua volta dal padre di questi e prima ancora: “Al Burg ä ghéra i Degiorgi povär e i Degiorgi siur. Induinä un po’ dä che fämigliä ä gnumä nüm?” (A Borgofranco c’erano i Degiorgi poveri e i Degiorgi ricchi. Indovina un po’ da quale famiglia proveniamo noi?)
E Felice conosceva perfettamente la risposta. Il ramo della sua famiglia era quello povero, contadini di classe medio-bassa che, seppur proprietari di piccoli appezzamenti, non avevano rendite elevate.
Al termine del rito funebre per don Bosio, Felice incontrò molti amici e conoscenti ritrovando con piacere le zie Marianna e Cristina e i cugini. Gli chiesero di Severino e Felice rispose che stava bene e che non era venuto perché aveva molti lavori da sbrigare nei campi. Sul sagrato c’era Paolo Degiorgi, il notaio. Nonostante la sua condizione sociale era un uomo veramente buono, generoso ed altruista[3]. Anche lui conosceva la storia dei due rami della famiglia Degiorgi e si ricordava di Severino, figlio di Giulio, che se ne era andato da Borgofranco. Felice e Paolo si incontrarono e si salutarono con una stretta di mano ed un reverenziale inchino. Erano parenti “ä lä longä” (alla lunga), due lontani cugini di chissà quale grado ma, pur non frequentandosi assiduamente, sapevano qualcosa l’uno dell’altro e “äs purtavän” (“si portavano”)[4] La loro chiacchierata non durò a lungo limitandosi ad uno scambio di informazioni sulla loro salute, su come era andato il raccolto e sulla situazione famigliare. Niente di più.
Due famiglie unite dallo stesso cognome ma divise da una condizione sociale troppo diversa, che non avrebbero mai avuto nulla da condividere. Tra il contadino ed il notaio non c’era nulla che potesse unire tranne un cognome ed un profondo rispetto reciproco.
[1] Era il cugino di Felice, il figlio di Marianna, sorella di Severino.
[2] Degiorgi Paolo, notaio, nel 1846 fu teste nella congregazione dell’ente e legò “al Pio Ospedale di Borgofranco, sotto il titolo di San Giacomo dei Pellegrini, tutti i suoi beni che esso testatore tiene nelli territorj di Borgofranco e Gambarana, nonché la pezza di bosco nelle fini di Bassignana, unita al territorio di Borgofranco come sopra, nonché tutti li mobili, per questi ultimi dovranno servire in seguito a vendita per il pagamento dei diritti tutti di successione dell’intera eredità di esso testatore intendendo e volendo il medesimo, abbiano le vendite di detti beni a distribuirsi in pubbliche elemosine ai poveri di detto Borgo e specialmente agli infermi e con facoltà, eziandio, di potere gli Amministratori di esso Ospedale in concorso delli nominandi esecutori testamentari prenderne regolare possesso senza dipendenza di alcuno e disporne nel modo sopra indicato. Fagnani-Torti: Profilo storico sul Borgofranco di Lomellina, oggi Suardi, 1982 pagg.212-213 e storia dell’Opera pia S.Giacomo alle pagg. 207-208-209-210-211.
[3] Alla sua morte, il legato del 1846 sarebbe diventato esecutivo e avrebbe lasciato tutto quello che possedeva, alla Congregazione di Carità. Non era sposato quindi non aveva alcun erede.
[4] Si portavano vuol semplicemente dire che erano orgogliosi di avere un legame di parentela tra loro. Ci tenevano a dire che erano parenti, nonostante il loro legame arrivasse da molto lontano. In pratica, dai coniugi Antonio Degiorgi e Margherita Torre – siamo nel pieno ‘500 – nacquero diversi figli tra i quali JACOPO (1578-1638) e AMBROGIO (1573-1643). La famiglia del notaio Paolo discendeva dal primo, la generazione di Felice (e quindi anche la mia), dal secondo.
CATERINA
La Contrada del Po, che dal Pont dal Torč proseguiva fin fuori dal borgo era diventata Via dei Mulini. La casa della famiglia Degiorgi con Felice, Santina, Giovanni, Maria, Luigi e l’inseparabile nonno Severino, abitava al numero civico 122. Santina era in attesa del quarto figlio ed il momento della nascita era piuttosto vicino. Era il 24 ottobre 1851, si era appena fatta la luna nuova lasciando presagire che tutto sarebbe potuto succedere, magari tra qualche giorno, oppure nelle prossime ore o addirittura immediatamente. Chi poteva saperlo? Di sicuro, quella che se ne intendeva meglio era mamma Caterina. La donna arrivò a Pieve prendendosi il posto che ormai le competeva dal 1843 in qualità di levatrice[1] della figlia. Santina aveva 32 anni, non era più una ragazzina e possedeva la consapevolezza che quella creatura avrebbe ricevuto le stesse attenzioni di tutte le altre. Il tempo passava senza troppe preoccupazioni, in quella Lomellina rurale e genuina. Arrivò il 27 ottobre, era da poco passata la mezzanotte, il nuovo giorno si era appena affacciato e Santina venne svegliata da un dolore forte. Felice si svegliò a sua volta e le chiese se avesse bisogno di qualcosa. Santina lo pregò di chiamare mamma Caterina perché, probabilmente, era giunto il momento. Andò a svegliarla informandola della situazione. “Va ä ciämà to pàdär” gli disse “ä si giämò si cä duì fà” (vai a chiamare tuo padre, sapete già quello che dovete fare).
Felice e Severino avevano tutto sotto controllo e fecero quello che fino dalla nascita di Giovanni erano soliti fare: preparare l’acqua calda. La donna stette vicino alla figlia e tra una contrazione e l’altra nel pieno della notte (erano circa le tre del mattino) una piccola creatura emise il suo primo respiro. Quel pianto cristallino avvisò Felice e suo padre che una nuova vita era arrivata in casa Degiorgi. Era una bambina e per onorare la costante presenza della donna, in segno di affetto, Santina la volle chiamare Caterina. Tutto quel trambusto notturno non era riuscito a svegliare i bambini che dormivano nella loro stanzetta come teneri angioletti. Felice, Severino e Caterina stavano attorno a Santina e alla piccola, contemplandole e proteggendole come un tesoro prezioso fino a quando, con i primi bagliori di luce nella stanza, si fece mattino. Tuttavia la stanchezza chiuse gli occhi di Severino che, scomodamente appoggiato alla sedia, si addormentò. Felice lo dovette svegliare perché li attendeva il lavoro nei campi. Prima però passarono da don Giovanni per accordarsi sul battesimo che si sarebbe svolto, come di consuetudine, verso sera.
Il piccolo Giovanni, che si era alzato per primo, non capì cosa era successo durante la notte. Quando vide mamma Santina con in braccio la bimba, corse a svegliare anche Maria e Luigi. Maria chiese: “Mamma, la posso prendere in braccio?”. Nonna Caterina gliela porse: “Tenä gioiä” (tieni gioia). Maria non stava più nella pelle, Giovanni le accarezzò le manine e le diede un dolce bacio sulla fronte. E il piccolo Luigi disse: “Anch’io, anch’io”. Maria gliela mostrò e un sorriso si stampò sul viso del piccolo come se avesse visto qualcosa di sorprendente.
Gli uomini di casa andarono al lavoro con l’accordo che al loro ritorno, si sarebbero trovati direttamente in chiesa, per il battesimo. Caterina Degiorgi fu battezzata alle cinque della sera del 27 ottobre 1851 dal Curato Coadiutore Pietro Falzone. Padrino e madrina: i signori Giuseppe Lova e Maria Luisa Ghezzi[2]. La gioia del ritorno a casa con quella creatura in braccio, creò un’atmosfera magica. Quella povera famiglia contadina, in realtà si sentiva molto ricca. Gioia, amore, condivisione, rispetto, fede e timore di Dio erano la loro vera ricchezza. Anche Felice pensò a quella breve parentesi con Rosetta che, pur essendosi risposato, non dimenticò mai.
E Santina, che lo sapeva bene, accettava con discrezione e rispetto.
[1] La levatrice era l’ostetrica, la prima persona che vedeva il nascituro. Lei non lo faceva di professione ma le “levatrici” avevano incarichi e ruoli importantissimi. Addirittura, nel caso in cui un bambino era in pericolo di vita, era autorizzata a battezzarlo con tutti i riti del caso.
[2] Nei registri dei battesimi di quell’anno, Caterina fu la 92ma creatura a ricevere il sacramento del battesimo.
IN RICORDO DI PAOLO
Borgofranco si svegliò quel primo giorno di dicembre del 1851 con una notizia che rattristò l’intero paese. Nei borghi vicini di Gambarana, San Martino, Cambiò, Cairo, Pieve ed in tutto il mandamento di Pieve del Cairo, giunse la ferale notizia della scomparsa del notaio Paolo Degiorgi[1]: un uomo facoltoso, dell’alta società ma buono e generoso, a tal punto che molti, a Borgofranco, attendevano con trepidazione la lettura del suo testamento che sarebbe diventato esecutivo subito dopo la sua morte. Fin dal 1846, il notaio Paolo aveva legato tutti i suoi bene all’ente caritativo Opera Pia San Giacomo. La gente del Burg, dalla più benestante alla più umile, considerava il Degiorgi una persona il cui fine nella vita era sempre stato il benessere del suo paese e della sua gente. La brutta notizia arrivò anche a Severino e a Felice lasciandoli di sasso. Felice, oltre ad averlo incontrato poco meno di due anni prima in occasione del funerale di don Bosio, lo aveva poi rivisto recentemente in occasione di una sua visita a Borgofranco dalle sorelle Marianna e Cristina. Paolo e Felice erano due Degiorgi, parenti non stretti ma con le stesse umili origini. L’uno ebbe più fortuna dell’altro, certamente, ma tutto ciò a Felice non importava e per rispetto decise di recarsi a Borgofranco per fargli visita, come rappresentante di una famiglia che portava lo stesso cognome. Felice si ricordò in quel momento di un passo della "Bibbia" sulla quale aveva imparato a leggere in tenera età e ne trovò uno appropriato per quel momento:
“Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro dipartita da noi, una rovina. Ma essi sono nella pace”[2]
Paolo era un uomo buono e giusto, che in quel momento si trovava “nella pace” e, convinto nella sua fervente fede, Felice si raccomandò pregando per lui, ringraziandolo per tutto quello che aveva fatto per il loro paese. Arrivato a Borgofranco per il giorno dei funerali del notaio Paolo, trovò tutto il borgo riunito in piazza, in chiesa, sul sagrato e la processione che accompagnava la salma del benefattore, alla quale prese parte, era come un fiume in piena.
Felice assistette a funerali in “pompa magna” con carrozza, cavalli, uomini ai lati del feretro a reggere ceri e molta altra gente con tantissime candele in mano[3]. Felice non riuscì ad entrare in chiesa ma sentì l’organo suonare, i canti e l’odore dell’incenso. Era una giornata fredda ed umida ma la moltitudine di gente presente era tale che ci si scaldava a vicenda, stando vicini a pregare.
Al termine della funzione, si trovò con Marianna e con il cugino don Luigi Berri che erano diventati gli esecutori testamentari del lascito di Paolo Degiorgi. Don Luigi, in qualità di cappellano dell’Opera Pia Degiorgi poteva disporre di tutto quanto scritto in quel testamento. Marianna si confidò con suo nipote: “Filicìn, täntä sold insì äi ävä mai vüst” (Felice, tanti soldi così non li avevo mai visti). Don Luigi e sua madre erano inquieti conoscendo bene quali fossero le disponibilità materiali dell’Opera Pia in quel momento, tra soldi, beni e terreni. Di certo Felice non era la persona più giusta e competente per dar loro un consiglio ma, in quel momento, Marianna aveva bisogno di tutto il supporto possibile. Tuttavia nessuno è a conoscenza di quali suggerimenti possa aver dato Felice alla zia e al cugino, ma da quel che si ebbe modo di vedere in seguito, tutto sembrò andare per il meglio poiché le rendite del Pio Istituto aumentarono e la qualità dell’assistenza migliorò notevolmente[4].
L'eredità del notaio Paolo Degiorgi andò a buon fine e l’operatività dell'Ospedale migliorò notevolmente. La coerede Marianna Degiorgi, sorella di nonno Severino, decise, insieme all’amministrazione dell’ente, le sorti dell’eredità del benefattore e tutto, andò a beneficio del paese, dei poveri e a favore della struttura ospedaliera chiamata da quel momento Opera Pia Degiorgi e successivamente Opera Pia San Giacomo[5].
Felice, nel suo piccolo, si era sentito partecipe, come si scoprì anni dopo. Marianna e don Luigi avevano fatto la scelta giusta.
[1] Il notaio Paolo Degiorgi, battezzato con i nomi di Gian Paolo Andrea Degiorgi, era nato a Borgofranco nel 1793 da Giovanni Paolo Maria Degiorgi e da Angela Falabrini. Morì a 58 anni il 1° dicembre 1851, senza eredi.
[2] Dal libro della Sapienza, versetti 1-3
[3] L’amministrazione dell’ospedale e del paese non badò a spese e somministrò al negoziante Giuseppe Salio di Pieve del Cairo L.244,95 di Piemonte per “n.104 candele di cera del 36 e n.36 candele di cera del 30 per i funerali del signor notaio Degiorgi Paolo”. E quando avvenne il funerale si fecero esequie in grande stile, a ricordo perenne di una persona che per Borgofranco aveva lasciato tutto quello che aveva per il proseguimento di un servizio ospedaliero destinato a diventare importante. Infatti, il giorno 21 gennaio 1851 il prevosto Francesco Agnelli riceve L.288 di Piemonte per le seguenti spese: “L.195 per n.17 sacerdoti presenti alla funzione funebre, L.43,50 al parroco per funerale e ufficio settimanale, L.8 al sagrestano, L.5 alla chiesa, L.4 ai chierici in numero di quattro, L.15 all’organista per n.3 trasferte, L.3 al levamantici, L.4,50 alla Confraternita, L.4,50 ai seppellitori, L.1 per il muratore, L.4 ai quattro portatori del cadavere, L.3,50 per una benedizione al fu Sig. Degiorgi. CARTE DIVERSE DELL’OPERA PIA SAN GIACOMO, FOGLI 1-9, Comune di Suardi.
[4] Dal Prot° Generale n.399 div.3° copia lettera n.30 - OGGETTO: divisione della pia eredità Degiorgi - Mortara, 31 Gennaio 1852, il sottoscritto in risposta alla interpellanza contenuta nella nota in margine distinta, partecipa al sig. presidente della Congregazione di Carità di Borgofranco che a seguito della determinazione emessa dalla Superiore Autorità a riguardo della divisione della eredità Degiorgi, si rende necessario l’esaurimento dei seguenti incombenti, cioé: che la congregazione di carità, il consiglio delegato quale coesecutore testamentario del defunto notaio Degiorgi e la coerede vedova Berri, debbano in comune accordo nominare un perito per rilevare la stima dell’eredità e farne relazione davanti al giudice del Mandamento… Nel caso poiché le parti non potessero ricettarsi d’accordo per la delegazione del Perito, spetterà al sig. Giudice del Mandamento la nomina e ciò in coerenza per le analogie di quanto viene prescritto dall’art.° 1042 del Codice Civile. L’intendente VERGA.
Ma ecco cosa succede con il documento conclusivo dell’eredità, scritto dall’Intendenza della Lomellina. Prot° generale n.1696 n.133 divisione n.3 - OGGETTO: divisione dell’eredità Degiorgi - Mortara 3 giugno 1852, L’intendenza sottoscritta trasmette al sig. Presidente della congregazione di Carità di Borgofranco il Reale Decreto in data 28 maggio ult° p° col quale venne autorizzata la stessa congregazione a stipulare colla sig.ra MARIANNA DEGIORGI vedova BERRI la divisione della eredità del sig. Notaio Paolo Degiorgi nel modo convenuto con verbale 16 febbraio ult° p°. Prega quindi il sig. Presidente di dare le occorrenti disposizioni per la riduzione in pubblico del provento della suddetta divisione, al cui effetto si ritornano gli atti di questa pratica. Sarà poi cura di vigilare onde l’attivo e il passivo dell’eredità Degiorgi sia regolarmente proposto nel Bilancio preventivo del 1853. L’intendenza VERGA”.
[5] Dal catasto dei terreni dell’anno 1854, si può notare l’estimo catastale pari al valore 562:2:1 (vale a dire 562 scudi, 2 lire e 1 ottavo). Le proprietà di questa eredità erano tantissime ed interessavano molti terreni delle contrade del paese tra le quali: Santa Maria, Bezzo, Sant’Antonino, Balbiano, Maddalena, San Pietro, Madonna, Vernazza, San Martino, Travedo, Gabbazza, Motta, Cicogna, Isolone, Scorticabue. Questi nomi, ancora oggi, sono vie di Suardi.
PER FAR GRANDI COSE NON OCCORRE SAPER PARLARE
La mattina del 4 marzo 1854, Felice si recò dal dottor Beccari per un consulto sulla salute di suo padre Severino. Arrivato davanti alla chiesa, incontrò il prevosto e si fermò a scambiare due parole. Don Giovanni lo invitò: “Felice, vieni. Ti faccio vedere i lavori che stanno facendo in chiesa”. Il dottor Beccari, sarebbe rientrato in studio, non prima delle 11 e Felice, arrivato con largo anticipo, avendo più di un’ora a disposizione gli rispose: “Siur prevost, veni vulinterä!” (Signor prevosto, vengo volentieri!)
La chiesa parrocchiale, in quegli anni, era oggetto di un'imponente opera di rifacimento interno, sia strutturale che pittorico. Felice era a conoscenza dei restauri, iniziati l’anno prima. Entrando in chiesa l’uomo notò subito l’enorme ponteggio che occupava le pareti e buona parte della volta. “I capimastri che stanno seguendo i lavori sono dei Degiorgi come te” gli disse don Cerra. Erano i fratelli Angelo e Ignazio Degiorgi, originari di Cabiaglio in provincia di Como[1].
L’andirivieni di operai che salivano e scendevano dalle impalcature era incessante e il tutto era accompagnato dal cigolio delle carrucole che sollevavano, grazie a robuste funi, secchielli carichi di calce, sacchi di cemento, tavolati e il resto del materiale occorrente. Lo sguardo di Felice si spinse più in alto e tra le assi dei ponteggi sospesi, intravide due uomini intenti a lavorare: uno dipingeva, l’altro decorava. Felice non era un esperto d’arte ma quello che stava ammirando, a suo modesto parere, era veramente di ottima fattura. Quei due non erano semplici operai ma artisti che nella parte superiore stavano dipingendo dei medaglioni mentre, più in basso, il loro intervento era già terminato ma impossibile da vedere perché ancora coperto da stoffe. Nel frattempo, i due pittori scesi a recuperare dei pennelli e alcuni bozzetti rimasti a terra notarono la sua curiosità e gli si avvicinarono presentandosi.
“Buongiorno buon uomo, mi chiamo Tommaso e lui è mio fratello Pietro” gli disse il primo: “Siamo lontani da casa ma comunque onorati di lavorare in questo paese”. Per Felice, conoscere quei due uomini fu un grande piacere e ancor di più lo fu quando i pittori vollero condividere con lui un bicchiere di vino della loro terra. Quei due arrivavano da Ponzone, un piccolo borgo nell’alto Monferrato, vicino ad Acqui Terme, a ridosso dei preappennini. Due uomini sulla quarantina, di piccola statura, entrambi con una lunga barba incolta e baffoni all’insù, come si usava a quell’epoca. Erano i fratelli Ivaldi[2]. Pietro Maria era disegnatore e pittore, Tommaso era decoratore nonché suo aiutante inseparabile. Viaggiavano in coppia perché Pietro era muto. Tommaso disse a Felice: “Mio fratello è un bravissimo pittore, ha frequentato l’Accademia Albertina di Torino”. Accortosi della sua invalidità, comprese attraverso i gesti dell’uomo quale fosse l’amore per l’arte che lo pervadeva. Pietro accennando con la testa e gesticolando gli spiegò che tutto quanto disegnava e dipingeva scaturiva dal cuore. Felice si era ritrovato in chiesa proprio nel giorno, in cui i fratelli Ivaldi, ultimata parte della navata stavano togliendo le stoffe che la proteggevano e pensò che quello doveva essere proprio il suo giorno fortunato: stava assistendo a quella che sarebbe stata una “meraviglia”. Don Giovanni aveva già avuto modo di seguire a lungo i lavori ma, per Felice, che non sapeva nulla della reale bravura dei due artisti, quell’attimo speso ad ammirare il loro lavoro fu una vera sorpresa. L’intera ala della chiesa restaurata e dipinta come nuova lo lasciò a bocca aperta.
Felice si complimentò con i due uomini. Non che conoscesse altre chiese o che ne avesse visitate chissà quante ma, per lui, quello che aveva appena visto, era una vera e propria opera d’arte. L’incontro con “il muto”, come lo chiamavano, lo aveva arricchito. A differenza di tante persone che parlavano a sproposito, fece una sua attenta riflessione: “Per far grandi cose non occorre saper parlare!”
Quella fu una mattina intensa, ricca e piacevole. Intanto si era fatto tardi e uscì dalla chiesa per recarsi dal dottor Beccari che, nel frattempo, era rientrato dalle visite. Lo raggiunse per un consulto sulla salute del padre riferendogli anche di sua moglie Santina, che era in dolce attesa del quinto figlio.
[1] I maestri “comacini”, esperti in opere murarie. Nessun legame di parentela tra loro ma soltanto una coincidenza occasionale.
[2] Pietro Maria Ivaldi (1810-1885) e Tommaso Ivaldi (1818-1896) da Ponzone (Alessandria). Il primo era detto “Il Muto di Toleto” (Toleto è una frazione di Ponzone). A seguito di un forte spavento subito da ragazzino, Pietro perse l’uso della parola diventando muto, per tutta la vita. Valente pittore, insieme al fratello, che non lo abbandonò mai, lavorarono in circa 50 chiese tra l’Astigiano, l’Acquese, il Monferrato, il Savonese, l’entroterra ligure e alcune chiese sparse fuori dalle loro zone d’origine. Tra queste, la chiesa di Pieve del Cairo.
SI CHIAMERÀ COME IL NONNO
Nel mondo rurale e contadino di quei tempi lontani, gli avvenimenti importanti erano quelli più semplici, che coinvolgevano la famiglia, gli affetti quotidiani e tra alti e bassi, gioie e dolori, tutto scorreva con calma.
Felice, tra il lavoro dei campi e il mantenimento dei figli che stavano crescendo in fretta, provava a ritagliarsi pochi attimi in cui riusciva a documentarsi su quanto accadeva nel resto del mondo perché i tempi stavano cambiando e, secondo lui, fermarsi su ciò che accadeva a livello locale, era riduttivo. Bastavano poche notizie sul giornale a farlo sentire meno ignorante: spesso e volentieri, riuniva i figli al tavolo della cucina, iniziando a leggere e raccontare delle vicende del mondo così che loro fossero aggiornati quanto lui. Giovanni che aveva già dodici anni e lavorava in campagna con il padre e il nonno, seguiva con attenzione così come Maria che ne aveva dieci ed era diventata una perfetta donnina di casa. Luigi, di sette e la piccola Caterina di quattro lo seguivano più distrattamente. Papà Felice, preso un foglio di giornale, lesse: “Il 17 giugno 1855, il presidente del consiglio Cavour, inaugura la linea ferroviaria Alessandria – Mortara – Novara – Arona”. Aggiunse: “Bambini, vi insegnerò a leggere perché è bello saperlo fare. Vi apre la mente ed il cuore a ciò che succede nel mondo”. Le scuole, a quei tempi, erano frequentate dai bambini delle classi più abbienti ma Felice, con qualche sacrificio, riuscì a mandare i figli a scuola, sebbene per poco: Giovanni, Maria e Luigi successivamente, frequentarono infatti solo il primo anno. Per Caterina era ancora tutto da decidere.
Santina aspettava il quinto figlio e a 36 anni, il peso del pancione si faceva sentire rispetto alle gravidanze precedenti. Nonno Severino, alla vigilia dei suoi settant’anni, accettava tutto con filosofia. Ogni volta che diventava nonno era contento. Tutti aspettavano con trepidazione il termine. Era il pomeriggio del 20 settembre 1855 quando, verso le quattro, alla donna vennero le doglie ed iniziò a sentirsi poco bene. Mamma Caterina capì che stava arrivando il momento e si organizzò per preparare tutto l’occorrente e farsi trovare pronta all’avvenimento. Era la quinta volta che Santina partoriva e ormai c’era una certa manualità nell’affrontare la situazione. Alle otto della sera, un’altra vita venne al mondo: era un bambino, un bellissimo maschietto piuttosto paffutello ed arruffato. I fratelli erano nella stanza accanto e quando lo udirono piangere, capirono che la mamma aveva dato loro un altro compagno di viaggio. Nonno Severino stette lì con loro, cercando - a fatica – di tenerli buoni. Il bambino venne lavato, profumato, avvolto in quelle pezze sempre pronte e consegnato a Santina. Caterina chiamò Felice, Severino e i bambini, dando a tutti il “via libera”. La piccola Caterina si avvicinò per prima e le disse: “Mamma, è bellissimo, come lo chiamiamo?”. Felice, rivolgendosi a Severino gli disse: “Papà, decidä ti stavoltä” (papà, decidi tu questa volta). Il vecchio suggerì Ferdinando pur considerandolo un po’ lungo al quale aggiunse quello che gli ricordava suo padre, Giulio. I bambini esultarono: “Si nonno, sono nomi belli”. Il bambino, nato alle 8 di sera del 20 settembre 1855 venne chiamato pertanto Giulio Ferdinando Degiorgi.
Era il loro primo bambino a nascere la sera. La famiglia dovette però aspettare ancora un altro giorno perché il prevosto non era in paese. All’epoca era assai improbabile che una famiglia aspettasse così tanto per battezzare il proprio figlio. Il papà ed il nonno erano impazienti, dicevano che un bambino non battezzato era come se vivesse in un limbo, senza la luce di Cristo, sospeso, in attesa.
L’attesa terminò e Giulio Ferdinando Degiorgi, il 22 settembre 1855 alle sei della sera, fu il 75esimo bambino ad essere battezzato nella parrocchia di Pieve del Cairo[1]. La madrina del neonato era una certa Maria Teresa Carazza, di 45 anni, maritata con il consigliere comunale Giovanni Battista Tenti originaria di Mezzana Bigli dov’era nata nel 1810 e vicina di casa dei Degiorgi, alla Contrada dei Mulini[2].
Perché così tante informazioni sulla madrina di Giulio Ferdinando? Perché così tanti dettagli su questa donna? Chissà…
UN ANGIOLETTO VOLATO IN CIELO
Era da qualche giorno che la piccola Caterina non stava bene, mangiava poco e non aveva molta voglia di giocare.
Il fratello primogenito Giovanni di 14 anni, l’aveva notata camminare zoppicando. “Cätärinä sic tä ghé?” (Caterina, cos’hai?) le aveva chiesto preoccupato. Gli aveva risposto: “L’altär dì in täl pulé, son drucà e iö sbätü lä gämbä” (L’altro giorno, nel pollaio, sono caduta e ho sbattuto la gamba”. E Luigi che era presente aveva ripreso: “Mä täg lè di cun lä mamä?” (Ma lo hai detto alla mamma?”. Lei aveva fatto un cenno inspiegabile con la testa, come se non avesse importanza. Tuttavia, alcuni giorni dopo iniziò ad accusare qualche disturbo. La sorella Maria le aveva chiesto: “Fam un po’ väd?” (Fammi un po’ vedere). Caterina aveva abbassato la calza di lana scoprendo una brutta ferita già in buona parte infetta. Avvisarono mamma Santina che corse da loro. “Purtèlä in ca” (Portatela in casa) ordinò preoccupata.
Giovanni, il più grande, corse a chiamare il dottor Beccari e gli spiegò velocemente quanto successo. Dopo aver ascoltato il racconto del ragazzo, il dottore accennò un’espressione piuttosto accigliata, caricò il ragazzo sul suo carro e si avviarono verso casa Degiorgi. “Piccola Caterina, che succede?” domandò il dottore. Lei rispose con un filo di voce: “Dottore mi sono fatta un taglio qua" mostrandogli la gamba. Il dottore tolse il cappello, si asciugò la fronte, guardò verso il cielo e le disse: “Farò tutto il possibile per curarti, Caterina”. In realtà la situazione era decisamente seria e quella ferita aveva provocato un’infezione già estesa lungo la gamba. Caterina rischiava di morire. L’unica soluzione efficace sembrava essere quella di praticarle dei salassi per estrarre il sangue infetto. Si rivolse a Maria, la sorella più grande dicendole di correre dal flebotomo Siro Montemerlo[1] e che portasse tutto l’occorrente. L’arrivo di Siro tranquillizzò il dottore ma purtroppo fu tutto inutile. L’infezione era troppo profonda, Caterina piangeva dal male così il Beccari le somministrò qualcosa per farla dormire (in realtà era morfina[2], per alleviare il dolore). Luigi corse a Borgofranco a chiamare la nonna. Non le anticipò nulla, le chiese soltanto di seguirlo fino a Pieve perché la piccola Caterina non stava bene.
Nella casa l’atmosfera era pesante e la percezione che stesse accadendo qualcosa di brutto era nell’aria. La piccola Caterina aveva appena sei anni e tutta una vita davanti a sé. Vita che si interruppe improvvisamente intorno alle dieci di quella mattina del 28 novembre 1857. La causa del decesso fu la setticemia[3].
L’ombra della morte bussò a casa Degiorgi e quella creatura innocente li abbandonò per sempre, mettendo a dura prova una famiglia, minata già in passato da eventi infausti. Mamma, papà, i nonni e i ragazzi, avevano perduto una piccola creatura diventata così “l’angioletto volato in cielo”.
Severino perse la proverbiale calma che lo caratterizzava e inaspettatamente imprecò: “Signur, l’è no giüstä, pärché tè no pià mi che son véĝ? Lä mé fiulinä no!” (Signore non è giusto, perché non hai preso me che sono vecchio? La mia bambina no!)
Mamma Santina, infuriata, mostrò una profonda disapprovazione per le parole appena pronunciate da Severino e con la fede incrollabile che la sorreggeva spiazzò tutti, esclamando: “Se questo è il volere di Dio, sia fatta la sua volontà”. Non era risentita nei confronti di suo suocero e capiva che quelle parole erano frutto della rabbia e della disperazione e per questo motivo lo perdonò abbracciandolo forte. Lo sconforto calò sulla famiglia Degiorgi in una delle sere più brutte della loro vita. Vegliarono il corpicino tutta la notte ed il mattino seguente. Il prevosto don Giovanni Cerra celebrò il giorno dopo il “funeralino”[4] della piccina.
A dare l’ultimo saluto alla piccola Caterina, era accorsa tutta Pieve. Un intero paese si era fermato in segno di rispetto, come sempre succede quando muore un bambino.
[1] Siro Montemerlo era il flebòtomo di Pieve del Cairo. In passato era proprio considerata una vera professione, era un esecutore di salassi e di operazioni chirurgiche di scarso impegno, di supporto al medico.
[2] L’anno in cui si iniziò ad utilizzare la morfina per cure mediche fu il 1853.
[3] La setticemia può avere un esordio decisamente insidioso, in quanto origina con un'infezione localizzata, per esempio a livello di polmoni e tratto respiratorio, dell'apparato gastrointestinale o di quello urinario, oppure a causa di ferite o di qualche lesione della pelle.
[4] Così venivano chiamati i funerali dei bambini, solitamente quelli che morivano entro l’anno ma anche per la piccola Caterina, di soli sei anni, fu un funeralino.
QUEI POVERI BAMBINI
Nel 1858 a Pieve del Cairo, si registrarono 132 morti.
Una grave epidemia influenzale, manifestatasi come variante del “Cholera Asiatico”[1], già presente sul territorio sin dalla metà dell’800, aveva colpito il paese. Anche nelle nostre campagne, la popolazione soccombeva oltre che per le comuni malattie anche per questi “morbi”.
Pieve del Cairo, in quell’anno subì un notevole incremento di decessi pari a circa 50 unità in più rispetto ai 70-75 casi di media annuali.
Ad avere la peggio, oltre ai numerosi pievesi, in maggior parte bambini al di sotto dell'anno di vita, fu la famiglia Toggio, di origine livornese e di professione “comedianti”. Felice e la sua famiglia si erano recati a vedere il loro spettacolo prima che la compagnia, cambiasse paese. La famiglia Toggio riuscì a realizzare un solo spettacolo prima che la tragedia li colpisse. Fu un’estate piuttosto calda[2].
Nel giro di pochi giorni, nel giugno del 1858, quella famiglia, in “trasferta” a Pieve del Cairo con la loro attività di intrattenimento popolare, perse due bambini. Un’immane sciagura famigliare che destò sconforto nell’intero borgo.
Venerdì 11 giugno 1858 all’una del mattino morì Arturo Toggio di 5 anni e, a distanza di 3 giorni, lunedì 14 giugno alle quattro del pomeriggio a morire fu il fratello, Carlo Toggio, di appena 14 mesi[3]. La famiglia, al momento dei decessi, risiedeva provvisoriamente nella Casa Portaluppi. A testimoniare la morte di entrambi i bambini furono i genitori e due persone che viaggiavano con loro. Le esequie, vennero celebrate da don Onorato Rossi, uno dei curati del prevosto Cerra. Le spoglie mortali dei piccoli vennero sepolte a Pieve. I genitori, presi dall’angoscia, ripresero il loro cammino in un altro borgo con la loro “mercanzia” e con quel poco che possedevano. La comunità pievese decise, di comune accordo, di raccogliere delle offerte da devolvere ai Toggio perché potessero trovare sostentamento durante il viaggio. Il ricavato sarebbe servito a rimpiazzare il loro mancato guadagno.
Felice, come tantissimi pievesi, contribuì anch’egli a quel gesto di carità e assistette al triste evento pensando a quella povera e sfortunata famiglia. Il loro lavoro era sicuramente uno dei più belli del mondo: far ridere, far commedia, intrattenere. Avrebbero più trovato la forza di rialzarsi dopo essere passati per Pieve del Cairo? Quanti paesi avrebbero visitato ancora, quanti volti avrebbero visto sorridere, piangere, commuoversi.
Felice si augurò che negli occhi di quella famiglia avvilita rinascesse in fretta non solo la speranza, ma anche la voglia di tornare a far ridere la gente e, cosa più importante, la voglia di continuare a vivere.
[1] Il Colera asiatico era una malattia infettiva acuta (lat. Cholera morbus), specifica endemica o epidemica, caratterizzata da violenti scariche diarroiche, vomiti, crampi muscolari, arresto della secrezione urinaria e collasso.
[2] Le cronache dell’epoca la definirono “un’estate fuor dal comune”, con un caldo piuttosto torrido ed insolito.
[3] Che si trattasse di una famiglia di girovaghi, vagabondi, nomadi, lo si capisce, oltre che dalla professione che compare sugli atti di morte, “comedianti”, anche dai luoghi citati: Arturo nasce a Firenze nel 1853 mentre il piccolo Carlo, nasce a San Pier d’Arena Genovese nel 1857. Sono figli di Alessandro Toggio e di Cherubina Zecchi, entrambi domiciliati a Livorno, ed entrambi di professione “comedianti”.
TRA LA FAMIGLIA ED IL REGNO D’ITALIA, LA VITA PROSEGUE
Nel 1859, nell’ambito di una nuova divisione delle provincie dello Stato di Sardegna, la Lomellina era circondata dalla Provincia di Pavia e aveva come capoluogo Mortara; si componeva di undici mandamenti, tra cui quello di Pieve del Cairo del quale facevano parte Pieve, Cairo, Gambarana, Borgofranco, Mezzana Bigli ed Isola Sant’Antonio. I danni e le requisizioni dovute all’invasione austriaca, presente anche in questa zona, nel 1859 furono ingentissimi e quantificabili in 62.636 Lire (requisizioni) e 29.581 Lire (danni ai terreni) per Pieve e 21.896 Lire complessive per Cairo.
In tutto questo, dov’erano Felice, Severino, Santina e i loro bambini? La famiglia era sempre a Pieve, perseguitata - come molte altre - e depredata di vettovaglie, bestiami, terreni utilizzati come accampamenti o stanziamento di guarnigioni e truppe. Felice, che si informava sui fatti, lesse molto a proposito delle guerre in corso. Il clima di oppressione non era più accettabile e si stava cercando di riconquistare la libertà e un’identità nuova. Gli abitanti del posto si erano accorti di quanti soldati austriaci ci fossero in giro per le campagne. Quello che più lo preoccupava però non era quel che succedeva al di fuori della sua famiglia ma ciò che gli riguardava da vicino e più direttamente i parenti stretti.
Quando il 26 aprile 1860 ricevette la notizia che la zia Marianna stava male, la sua unica preoccupazione fu quella di cercare di raggiungere Borgofranco per star vicino a lei e alla sua famiglia. Da un paese all’altro incontrava soldati, posti di blocco, ispezioni. Le sue buone intenzioni erano sempre credute e le guarnigioni lo avevano sempre lasciato passare. Ogni volta che un soldato lo fermava e gli chiedeva dove fosse diretto, lui diceva sempre la verità e – per buttarla sul ridere faceva la solita battuta: “Mé car suldà, venä insémä ä mi, g’hö gnintä dä scònd, gnintä dä guädägnà e gnintä dä perd” (mio caro soldato, vieni insieme a me, non ho nulla da nascondere, nulla da guadagnare e nulla da perdere). I suoi spostamenti, con queste ragioni, non subirono mai un intralcio, perché si spostava solo per lavoro o per far visita ai famigliari tra Pieve e Borgofranco. Non avrebbe passato il Po per andare a Bassignana ma si sarebbe fermato lì. Severino non si era più mosso di casa perché l’età iniziava a farsi sentire (aveva già 74 anni) e come diceva lui, lo avrebbe rallentato nei movimenti: era cosciente del fatto che ormai quella era la situazione, quasi tutte le incombenze se le addossava Felice, da giovane uomo di quarant’anni. Marianna, negli ultimi tempi, si era molto affaticata: l’Opera Pia dava un gran da fare e lei stessa, dalla mattina alla sera, si occupava di molte faccende, insieme al figlio sacerdote don Luigi Berri. Dopo il lascito del notaio Paolo Degiorgi, quel centro di assistenza era diventato così conosciuto e fiorente da risultare piuttosto impegnativo nella gestione. Marianna, debilitata anche dal troppo lavoro e dalle tante responsabilità, non era riuscita a far fronte al peso della fatica e quel giorno, quando Felice si presentò all’Hospitale dove lei risiedeva la trovò in fin di vita.
Felice si fermò ancora per due giorni con suo cugino don Luigi prima di fare ritorno a Pieve. Suo padre Severino seppe della morte della sorella solo al suo ritorno. Lui la chiamava “lä mè 'cinä" (la mia piccola, la mia piccina). Difatti Marianna, dei sette figli di Giulio e Maria Domenica Biancardi, era l’ultima, nata a Borgofranco il 9 dicembre 1792[1]. Avrebbe compiuto 68 anni.
L’anno seguente, il 1861, molte vicende della vita della famiglia Degiorgi si intrecciarono con avvenimenti ben più istituzionali. Il buon Felice, sempre pronto e ben disposto alle novità e ai cambiamenti, ricevette una proposta di lavoro nella vicina Gallia, appartenente sempre al territorio di Pieve del Cairo. I Cavallini, ricca famiglia di possidenti e proprietari terrieri, stavano cercando un’onesta e laboriosa famiglia che potesse gestire alcuni loro terreni nella zona della Gäliätä (Gallietta). Felice aveva ottimi requisiti, 41 anni, una moglie della medesima età, 4 figli: 2 maschi di 18 e 13 anni che potevano già lavorare, una ragazza di 16 anni (quasi in età da marito) già in grado di svolgere molte mansioni e un bambino di 6. Con loro, l’anziano padre Severino di 75 anni ancora discretamente “in gamba”. La famiglia aveva inoltre ottime referenze e godeva della stima di tutti, sia a Pieve che nei posti dove aveva vissuto (cioè Borgofranco, Cairo e la Guja).
Nel 1861, tutta la famiglia si trasferì alla frazione Gallia e Severino affittò la casa a Pietro Torti, contadino di 41 anni che abitava con la moglie Antonia Balduzzi di 44 anni e con la figlia adottiva Giuseppina Bagnoli di soli 7.
Nel frattempo, terminata la seconda guerra d’Indipendenza due anni prima, le cose iniziavano a prendere una piega diversa. Felice lesse:
Il Regno d'Italia nasce ufficialmente il 17 marzo 1861, con capitale Torino[2], durante il Risorgimento. Vittorio Emanuele II viene proclamato primo Re d'Italia. Lo Statuto Albertino del 1848 è mantenuto come la Costituzione del nuovo Regno. L'Italia diventa una monarchia costituzionale
Felice seguiva con interesse i bollettini che venivano pubblicati periodicamente. Si soffermò sulla figura di Vittorio Emanuele II, il Re[3]. Era fiero di quell’uomo e per questo si dava delle arie dicendo: “Mi son un cuscrìt däl Ré” (Io sono un coscritto del Re). Anche Severino faceva le battute di spirito: “Se ti tè cuscrit cun al Ré mi cä son to pàdär, son pusé vég che so pàdär” (se tu sei coscritto con il Re, io che sono tuo padre, sono più vecchio di suo padre)[4].
Due fatti molto diversi tra loro ma inseriti in un contesto storico che vedeva l’Italia cambiare, così come sarebbe cambiata la vita dei suoi cittadini e di conseguenza anche quella della famiglia Degiorgi.
[1] Marianna Degiorgi era un nome ripetuto. Difatti, prima di lei ci fu un’altra Marianna, nata senza vita il 12 ottobre 1791. Giulio Degiorgi e Maria Domenica Biancardi, per ricordare la piccola morta l’anno prima, chiamarono ancora Marianna quella che sarebbe stata l’ultima loro figlia.
[2] Torino fu capitale del Regno d’Italia fino al 1865
[3] Vittorio Emanuele II era nato, come Felice Degiorgi, nell’anno 1820.
[4] Carlo Alberto di Savoia era nato nel 1798 e Severino era nato nel 1786 quindi aveva 12 anni in più.
1863: CAMBIANO I NOMI MA NON I LUOGHI
A Gallia, piccolo centro rurale un po’ separato da Pieve del Cairo[1], la vita scorreva senza particolari problemi. La famiglia di Severino e Felice si era ambientata. I ragazzi erano ormai cresciuti, diventando degli uomini robusti, forti e maturi. Giovanni aveva 20 anni, Maria era una splendida donna di 18 anni, Luigi un ragazzo di 15 ed il piccolo Ferdinando un ragazzino vivace di 8. Giovanni, oltre a lavorare nei campi delle proprietà Cavallini andava anche ad aiutare i cavallanti alla Pellegrina. Il resto della famiglia lavorava nella frazione e si spostava solo occasionalmente. Era il 15 marzo 1863 ed al paese in cui era nato, 43 anni prima, era stato deciso di cambiare nome. Attraverso il Regio Decreto 1211, il comune di Borgofranco divenne Suardi[2].
Felice era un po’ dispiaciuto per questa modifica ma poteva sempre dire: “Mi son däl Burg” (io sono del Burg, cioè del Borgofranco). Era così bello, altisonante quel nome che Suardi gli sembrava strano, o per altri versi insignificante: corto e orrendo. La stessa cosa valse per Cairo che, proprio nello stesso anno, prese il nome di Cairo Lomellino. Il piccolo Ferdinando, che frequentava la prima classe nella scuola di Gallia[3], spiegò al padre che al paese di Cairo era stato aggiunto il termine “Lomellino” per distinguerlo da altri paesi di quella nuova Italia che portavano lo stesso nome. “Papà, dobbiamo accettare i cambiamenti” diceva il piccolo. “Me lo ha detto il signor maestro”.
Severino, sorridendo sotto i suoi baffetti ormai bianchissimi, disse a suo figlio Felice: “Scultä äl to fiulìn, äl parlä ben” (ascolta il tuo bambino, parla bene). Le cose stavano veramente cambiando per la famiglia Degiorgi.
L’Italia era un Regno, la scuola era diventata obbligatoria per almeno due anni, cosa che avrebbe garantito un minimo di istruzione per tutti. I bambini avevano l’obbligo di frequentarla e di non poter lavorare senza prima istruirsi. Troppi erano gli analfabeti e le riforme della scuola avrebbero offerto maggiori possibilità.
La vita, a Gallia, era tranquilla, Felice e tutta la famiglia aveva bisogno di serenità. Diceva spesso il vecchio Severino: “Guärdumä sempär indrerä se vurumä ändà ävanti!” (Guardiamo sempre indietro se vogliamo andare avanti). Felice si rese conto di una cosa importante che realizzò solo in quel momento: i luoghi possono cambiare nome ma rimarranno sempre quelli nel profondo del cuore.
Gli anni erano trascorsi velocemente ma se Felice si voltava indietro rivedeva solo la sua ragione di vita: Santina, Giovanni, Maria, Luigi, Ferdinando e papà Severino. Loro erano il suo mondo e l’unica ragione di tutto.
Nelle parole di Severino trovò ispirazione!
[1] Il comune di Gallia fu soppresso nel 1818 ed annesso a Pieve del Cairo.
[2] Questo centro andò distrutto attorno al 1808 da una rotta del Po; il paese fu ricostruito, con pianta non ordinata, attorno all'antico monastero di Santa Maria delle Grazie, non lontano dalla frazione Santa Maria di Suardi. Proprio dalla famiglia bergamasca dei Suardi, proprietari di questo luogo, il paese prese questo nuovo nome.
[3] L'obbligo scolastico in Italia venne introdotto con la Legge Casati, promulgata dal Ministro della Pubblica Istruzione Gabrio Casati nel 1860. Le scuole vennero istituite in tutti i paesi, anche quelli più piccoli.
A DIO, DON CERRA
La notizia si sparse per il paese e la voce, portata dal vento, arrivò anche alla famiglia Degiorgi, nella vicina Gallia. "Gh'è mort äl prevòst!” (É morto il prevosto!): dicevano tutti, quella mattina. Si era spento nella grazia di Dio don Giovanni Cerra, il sacerdote che era stato parroco per ben quarant’anni[1]. Erano le due del mattino del 9 novembre 1864. Morì improvvisamente, a 67 anni. Un grand’uomo, un vero cristiano ed un fine teologo. Felice lo conosceva bene e spesso aveva avuto a che fare con lui negli anni fiorenti del suo ministero pastorale. Anche il rettore di Gallia don Francesco Doglia, colto dalla notizia, fu molto scosso e disse: “Raggiunge la casa del Padre un uomo veramente illuminato”. Morì dopo aver ristrutturato tutto l’interno della chiesa parrocchiale, dal punto di vista strutturale, murario, pittorico. Nei quasi cinque anni di lavori, dal 1853 al 1858, aveva speso circa 20.000 nuove monete di Piemonte consegnando alla popolazione credente, grazie al talento dei fratelli Ivaldi, un vero gioiello destinato a durare nel tempo. I numeri del suo sacerdozio erano impressionanti: 40 anni di presenza in una comunità non erano certamente pochi. Don Cerra aveva battezzato quasi 3000 bambini, celebrato oltre 2000 matrimoni e accompagnato all’ultimo cammino, circa 2500 anime. Era appassionato di statistiche e per questo aveva compiuto personalmente studi e analisi demografiche sull’andamento della popolazione.
Per Felice, il prevosto Cerra, era stato un punto di riferimento importante, col quale aveva condiviso momenti di gioia e altri di grande sconforto. Aveva battezzato tutti i suoi figli. Don Cerra era arrivato a Pieve nel 1824, Felice invece, l’anno prima. Questo avvenimento quasi comune, fu spesso – tra loro - oggetto di simpatiche discussioni. Ogni volta che si incontravano Felice non mancava di far notare al prete come a Pieve, se pur per poco, fosse arrivato prima lui. E si rattristò molto al pensiero che quella scenetta tra loro non avrebbe più potuto recitarla.
Filicìn si chiese più volte chi avrebbe potuto sostituire degnamente don Cerra: un sacerdote giovane, alle prime armi? Oppure un prete più adulto, con esperienza in altre parrocchie? Una cosa era certa: sarebbe stato difficile rimpiazzare la figura di un pastore che aveva portato avanti quarant’anni una parrocchia come quella di Pieve.
L’anno terminò con l’attesa di un nuovo sacerdote che avrebbe cercato di seguire i passi di don Cerra. In attesa del parroco nuovo la reggenza della parrocchia fu gestita dal rettore di Cairo don Giovanni Braccio. Con l’arrivo del nuovo anno, il 1865, si insediò infine il nuovo parroco, don Giuseppe Galassi[2], un sacerdote già intorno alla cinquantina. Sarebbe stato quest'ultimo a vedere tutti i cambiamenti in casa Degiorgi.
Anni intensi, ricchi di avvenimenti di ogni tipo che avrebbero fatto gioire ma anche provato duramente Felice e la sua famiglia.
[1] Don Giovanni Cerra era nato a Valle Lomellina nel 1797 da Francesco Cerra (fu Giovanni Battista) e da Teresa Maffei. Entrambi i genitori vennero ad abitare a Pieve per seguire il figlio che era stato nominato parroco nel 1824. Fu parroco per 40 anni, fino al 1864. Prima di arrivare a Pieve, in giovane età, era stato curato a Pieve Albignola. Erano i primi decenni del’800, quando alla Diocesi di Vigevano fu annessa buona parte della Lomellina.
[2] Don Giuseppe Galassi nato a Broni nel 1811, parroco di Pieve del Cairo per circa 18 anni, dal 1865 al 1883, anno della sua morte avvenuta a Pieve del Cairo.
LA QUIETE PRIMA DELLA TEMPESTA
Il 1865, per la famiglia Degiorgi fu un anno di “normalità”, un susseguirsi di giorni tutti uguali, scanditi dal canto del gallo, dal rintocco delle ore, dalla tranquilla vita di campagna e dalla consapevolezza del passare del tempo.
Per nonno Severino, quasi “ottuagenario” ma con una mente ancora lucidissima, il tempo delle preoccupazioni sembrava finito. Nel suo volto, era segnata un’espressione di malinconia mista a fierezza. Severino era ormai vecchio e stanco. I suoi occhi non avrebbero visto ancora per molto, le sue mani non avrebbero mai più avuto la forza e il vigore di un tempo ma solo le callosità dei duri anni di lavoro nei campi. Severino era nato prima che in Francia scoppiasse la rivoluzione[1] e prima dell’abolizione del feudalesimo in Italia. Era un uomo di altri tempi che sapeva però ancora gioire delle semplici emozioni ed apprezzare le novità. In quella casa era ancora considerato il “capofamiglia” retto e saggio che nessuno si sarebbe permesso di prevaricare[2].
Vedendo la sua famiglia così serena ed unita non poteva che gioire, vedendo in essa i frutti del suo lavoro, degli insegnamenti e delle sue continue raccomandazioni. Per Felice, suo padre era un importante faro, un approdo sicuro, un punto di riferimento ancora necessario e fondamentale. Era arrivato ad un punto così cruciale della sua vita – a 45 anni – che si sentiva praticamente al centro di tutto: guardando indietro vedeva il suo passato, nelle persone dei suoi genitori Severino e Francesca, nella figura della sua cara nonna Maria mentre guardando avanti vedeva il suo futuro, con i figli che si facevano uomini e pensava a come sarebbe stata la sua vita con tanti nipoti e anche, perché no, anche dei pronipoti.
Il figlio maggiore, Giovanni (äl Giuàn), aveva una simpatia per una giovane ragazza che abitava nella vicina Cascina Pellegrina: si chiamava Ercolina Volpini[3], mentre Maria (lä Mariìn) era fidanzata con un ragazzo di qualche anno più grande, di Mezzana Bigli, che si chiamava Angelo Piumazzi[4] (Ängiolä). Luigi (Bigìn) aveva 18 anni ma, per il momento, non aveva ancora di questi interessi. L’ultimogenito Giulio Ferdinando (Nändìn) era piccolo, aveva soltanto 10 anni ed i suoi pensieri erano ancora quelli di un ragazzino.
Tutto si sarebbe sistemato a tempo debito. Il destino aveva già “fissato” i punti fermi che si sarebbero presentati in modo ordinato, uno dopo l’altro, senza che nessuno potesse interferire. In casa Degiorgi si stavano gettando le basi per una nuova generazione.
La vita pulsava e il cuore batteva forte, all’ombra della vecchia quercia di nome Felice.
PROGETTI IN VISTA
Tra la fine del 1865 e l’inizio del 1866, in casa Degiorgi si stava iniziando a guardare al futuro. I ragazzi crescevano, Giovanni e Maria stavano frequentando, da circa sei mesi, l’uno la giovane Ercolina di nemmeno 16 anni, l’altra un giovane di nome Angelo, 26enne di Mezzana Bigli. Entrambi i ragazzi si erano già presentati alla famiglia ed erano stati accolti favorevolmente. Ercolina era molto carina: occhi scuri, capelli nerissimi raccolti sulla nuca con una grossa spilla, come si portavano una volta. Angelo era un giovane lavoratore di bell’aspetto, piuttosto alto con due baffetti castano scuro. Il ragazzo era ambizioso, volenteroso e si presentava sempre con un enorme cappello a larghe tese.
A mamma Santina erano piaciuti entrambi e insisteva nel mettere fretta alle due coppie che avrebbe voluto veder sistemate il prima possibile. Diceva: “Äspitè no cä mörä pär spusàv!” (Non aspettata che muoia per sposarvi). Lo diceva, ovviamente, ridendoci sopra. Ogni volta i ragazzi le rispondevano: “Presto mamma, presto!”. Il loro progetto era quello di riuscire a convolare a nozze l’anno successivo, il 1867 e farlo lo stesso giorno per fare una festa tutti insieme. Ovviamente, se tutto fosse andato in porto, Giovanni si sarebbe sposato a Pieve con Ercolina mentre Maria nella chiesetta di Gallia[5], con Angelo. Felice, in cuor suo, provava per quei quattro ragazzi, un bene infinito. Per lui erano veramente due bellissime coppie e dalla loro unione sarebbero nati tanti nipotini. Guardando Luigi (Bigìn) gli diceva, scherzando: “Tè gelus? Portä päsiensä, äg rivärà äncä al to mument!” (Sei geloso? Porta pazienza, arriverà anche il tuo momento!”. Il piccoloFerdinando, che non voleva essere da meno aveva stuzzicato suo padre chiedendogli: “Papà, papà, per me quando sarà ora?”. Felice lo aveva guardato con un’espressione burlona dicendogli: “Nändìn, pènsäg no pr’ädés! Tè äncurä trop giun pär tribülà insì tänt!” (Nandino, non pensarci per adesso! Sei ancora troppo giovane per tribulare così tanto).
Passò qualche mese e le due coppie continuavano a frequentarsi regolarmente, incontrandosi quasi tutti i giorni dopo il lavoro. Arrivò così la il 1°aprile del 1866, che era la domenica di Pasqua. La famiglia era stata riunita al completo perché i ragazzi dovevano comunicare qualcosa di importante ai loro genitori. L’atmosfera era conviviale, ed era stata imbandita una lunga tavolata sotto il portico, vicino alla stalla e al il ritorno da “Mäsä Grändä” (la messa del mattino di Pasqua), si era iniziato a preparare il pranzo. Erano presenti quattordici persone, tra nonno Severino, nonna Caterina, arrivata dal Burg[6] per l’occasione, Santina, Felice, tutti i loro figli. C’erano anche Ercolina ed Angelo insieme ai genitori arrivati rispettivamente dalla Pellegrina e da Mezzana[7]. Quel giorno, in casa Degiorgi, era grande festa perché Giovanni e Maria avrebbero presentato ufficialmente i rispettivi “promessi” alle famiglie e comunicato il giorno delle nozze fissato per il giorno 9 febbraio dell’anno successivo.
Giovanni chiese alla sua ragazza: “Ercolina, mi vuoi sposare?”. Angelo domandò alla sua morosa la stessa cosa: “Maria, mi vuoi sposare?”. La risposta dei due giovani fu, la stessa: “Si, lo voglio!”. Quello splendido voto non venne coronato da un anello di fidanzamento (nessuno se lo poteva permettere, dopotutto) ma da un brindisi che nonno Severino propose levando in aria il bicchiere: “Bivumä tüti ä lä sälüt di mé dü änvud!” (Beviamo tutti alla salute dei miei due nipoti). All’augurio di nonno Severino seguirono le felicitazioni dei presenti. La gioia era visibile sui volti di tutti. I nonni, felicissimi, esclamarono: “Sperumä dä vèsäg” (speriamo di esserci[8]). Felice e Santina si guardarono negli occhi e sorrisero rispondendo: “Viatär dü, se ändè ävänti pärägg, äs purtè nüm äl sämitöri!” (voi due, se andate avanti così, portate noi al cimitero!).
Ignari di ciò che il futuro reca con sé, nessuno pensò a quella battuta di spirito come a una profezia.
[1] La rivoluzione francese durò circa dieci anni, dal 1789 al 1799. Severino nacque nel 1786 a Borgofranco.
[2] Nel censimento del 1861, il primo del Regno d’Italia, Severino Degiorgi era ancora in cima alla lista e contrassegnato come “Capo”
[3] Ercolina sarebbe diventata la mia bisnonna; parlerò di lei in seguito.
[4] Angelo Piumazzi diventerà il marito di Maria Degiorgi; ne parlerò in seguito.
[5] Era consuetudine, all’epoca ma anche oggi, che lo sposo si sposasse nel paese di residenza della sposa. Ercolina abitava alla Pellegrina e la parrocchia era a Pieve del Cairo, mentre Maria abitava a Gallia e la parrocchia era li.
[6] Il Burg, ovvero Borgofranco, nel 1863, aveva cambiato denominazione diventando Suardi.
[7] I genitori di Ercolina erano Carlo Volpini e Giuseppa Lodola mentre i genitori di Angelo erano Giacomo Antonio Piumazzi e Teresa Frascaroli.
[8] Il timore dei due anziani era dato dal fatto che nonno Severino avrebbe compiuto 81 anni e nonna Caterina 77. 10 mesi erano tanti da aspettare, a quell’età.
LA GIOIA SI UNISCE AL DOLORE
Poche settimane prima, la famiglia Degiorgi aveva festeggiato la Pasqua e anche la promessa tra due giovani coppie che quel giorno avevano deciso di fidanzarsi ufficialmente, davanti a tutta la famiglia promettendosi amore eterno. La letizia di quei momenti, la cui eco perdurò ancora diversi giorni, fu bruscamente interrotta da una brutta notizia.
Arrivò una lettera dal Burg in cui si leggeva: “Caro zio Severino, caro cugino, vi scrivo per informarvi che questa mattina, mamma Cristina è morta, con sincero affetto, Giulio[1]”. Felice, che ritirò la lettera, la aprì, la lesse e subito la richiuse. Guardando suo padre, cercò di trovare le parole giuste per dirgli che era mancata sua sorella. Lo disse, sottovoce, a Santina che rimase scossa e amareggiata.
Decisero di dirglielo insieme perché, da solo, sembrava non ce la facesse: “Papà, gh’è rivà unä läträ däl Burg e purtrop lä žiä Cristinä l’è mortä” (papà, è arrivata una lettera da Suardi e purtroppo la zia Cristina è morta). Severino non disse nulla, per qualche minuto. Poi, una lacrima gli rigò il volto, perdendosi tra le guance segnate dalla vecchiaia. Quasi sussurrando, replicò: “Lä mé Ilde l’è morta!” (La mia Ilde è morta). La sorella di Severino era conosciuta da tutti come la zia Cristina ma lui la chiamava Ilde. Il suo nome di battesimo era Ildegarda Cristina e lui l’aveva sempre chiamata così. Le esequie si sarebbero svolte il giorno seguente, nella parrocchia di San Bartolomeo Apostolo. Felice decise di andarci e Giovanni lo accompagnò. Durante il tragitto volle fermarsi al cimitero di Cairo per far visita alla tomba di sua madre Francesca; per un caso fortuito incontrarono sulla strada il carrettiere Battista Chiocca che, andando verso Suardi, diede loro un passaggio sia all’andata che al ritorno.
Rincasati, nel tardo pomeriggio, trovarono Santina e Maria che erano intente a preparare una gustosa zuppa. Severino, seduto su una sedia in un angolo, era assorto nei suoi pensieri: “Son rästà ämmà mi!” (Sono rimasto solo io) ripeteva, con un tono di voce molto basso, quasi affaticato. Il piccolo Ferdinando, vedendo il nonno un po’ triste, si avvicinò e disse: “Nonno, non sei solo, siamo tutti qui con te!”. Severino lo guardò con i suoi occhi dolci e gli disse: “Nändìn, ällä sö cä si tüti chi mä quänd lä särà lä mé urä, mi särö pront!” (Nandino, so che siete tutti qui ma quando sarà la mia ora, io sarò pronto).
Ferdinando strinse forte la mano del nonno e lo abbracciò dandogli un bacio sulla guancia. “Nonno, staremo insieme ancora per tanto tempo, te lo prometto” gli disse amorevolmente. Severino diede una carezza al nipote facendogli capire che il suo tempo era quasi finito e che non avrebbe potuto accontentarlo.
Il destino però, celava un crudele segreto che nessuno si sarebbe mai aspettato.
SIGNORE, TI PREGO, NON PORTARMELA VIA…
La vita sa essere spesso imprevedibile e talvolta ingiusta perché permette di assaporare tanti istanti di gioia per poi improvvisamente ferire come una spada con inspiegabile crudeltà.
Stava arrivando l’estate del 1866 e da qualche settimana, qualcosa non andava. Santina aveva una strana tosse che non le passava proprio e tutto ciò aveva destato la preoccupazione del marito che, di comune accordo con i figli, decise di recarsi a Pieve dal dottor Beccari. Luigi (Bigìn) pretese di andarci, permettendo così a suo padre di sbrigare le faccende di casa al posto di Santina troppo debilitata ma nonostante tutto testarda, al punto da non ascoltare nessuno e tranquillizzarli dicendo: “Oh Signur, l’è ämmà un po’ äd tus” (oh Signore, è solo un po’ di tosse). Ma quella mattina la tosse le dava particolarmente noia, al punto da non riuscire ad alzarsi dal letto per un po’ di febbre sopravvenuta.
Intanto, il giovane Bigìn arrivò con il medico. “Santinä, si cä sücedä?” (Santina, cosa succede?) le chiese Beccari. “Dutur, l’è gnintä, i mé om i fän gni gòmit, ston ben!” (Dottore non è nulla, i miei uomini esagerano, sto bene!): rispose prontamente. Il medico la visitò e nel momento in cui si accingeva a farlo, Felice uscì dalla stanza e stette fuori dalla porta ad attendere il responso. Severino lo rincuorò: “Filicìn, ät vadré clé gnintä" (Felice, vedrai che non è nulla). Felice aggiunse: “L’è stracä, lä läura trop!” (è’ stanca, lavora troppo). La stanchezza non c’entrava nulla ed il lavorare troppo neppure.
Il dottore, dopo averla visitata attentamente diede il suo giudizio che, purtroppo, suonò a tutti come una sentenza: “Pneumotorace”. Era un'infezione di natura batterica, che era insorta con la tubercolosi e che stava gradatamente danneggiando i polmoni: ecco perché Santina continuava a tossire. Beccari spiegò a Felice, a Giovanni e a Maria nel modo più semplice cosa sarebbe successo nel giro di poche settimane, al massimo un mese. I due giovani, pensando alla recente Pasqua durante la quale avevano dichiarato le loro intenzioni, furono assaliti da una grande tristezza ed un terribile rimorso al ricordo della frase che mamma aveva detto come una battuta (“Äspitè no cä mörä pär spusàv!”). Felice si ritirò in un angolo a piangere e volgendo il suo sguardo verso il cielo esclamò, quasi implorando: “Signur, pär piäsì pòrtämlä no viä!” (Signore, ti prego non portarmela via).
Quel pover’uomo provava una pena indicibile e i figli cercarono di consolarlo ma senza riuscirci. C’era anche un ingrato compito da svolgere: avvertire nonna Caterina delle gravi condizioni di salute della figlia. Ci pensò Luigi che andò dal padrone a chiedergli il favore di prestargli un carro col cavallo per poter andare al Burg a prendere la nonna. Il Cavallini acconsentì senza chiedergli nemmeno il motivo intuendo che si trattava di un’emergenza (e lui, per queste cose, era sempre disposto ad aiutare i salariati). Intanto, Santina si era addormentata perché il dottor Beccari le aveva dato qualcosa di utile a favorire il riposo e a calmare la tosse.
Felice, ripresosi da quel momento di sconforto, si fece forza e andò a vederla. Si avvicinò ma senza svegliarla. Intanto Luigi arrivò a casa insieme alla nonna.
Il buio sceso su quella brutta giornata e il silenzio attorno, rotto soltanto dal frinire dei grilli, trasmettevano a Filicìn un gran senso di vuoto e rassegnazione: contro il destino, nessuno può far nulla.
Per un paio di settimana la vita in casa Degiorgi proseguì tra mille difficoltà. Le condizioni di Santina variavano continuamente in un altalenarsi di giornate buone e giornate pessime. Era penoso vedere l’anziana madre assistere la figlia costretta a letto. Ed altrettanto straziante era vedere quell’anziano padre consolare suo figlio in quel terribile frangente.
La luce di un nuovo giorno penetrò dalle finestre socchiuse della casa. Era il 25 giugno.
Santina stava veramente male e con lo sguardo perso, cercava Felice. “Filicìn, Filicìn, in duä tè?” (Dove sei?): domandava. Rispose: “Son chi Santina!” (Sono qui Santina!). Quando capì che il marito era lì con lei gli strinse forte la mano ed iniziò a esprimere le proprie ultime volontà. Per prima cosa volle passare in rassegna tutti i suoi figli che fece chiamare, uno ad uno, confidando loro le sue ultime volontà.
A Giovanni e a Maria, i più grandi, disse di avere fiducia nel futuro e che le famiglie che presto avrebbero creato, sarebbero state meravigliose. Aggiunse: “Dä là in duä särö, äv guärdärö tüti i di!” (Di là dove sarò vi guarderò sempre). Giovanni e Maria le diedero un bacio amorevole e la ringraziarono per tutto quello che aveva fatto per loro.
Fu poi la volta di Luigi e mamma Santina ebbe qualcosa da dire anche a lui – quasi in previsione del suo futuro: “Bigìn, i fiö ièn no i nos, ät devi läsài ändà” (i figli non sono i nostri, devi lasciarli andare). Lo accarezzò in viso e lo baciò. Luigi pianse e non capì ma avrebbe compreso il significato di quella frase molti anni dopo.
Infine Ferdinando, il suo ometto adorato ometto di undici anni. Lei lo guardò e panse, pianse amaramente. “Mamma, mamma, dovrei essere io a piangere, non tu!” le disse il bambino. Santina gli rispose: “Nändìn bél, ti ät säré äl mé ängiäl” (Nandino bello, tu sarai il mio angelo). E lo strinse forte a sé, in un ultimo abbraccio.
Mamma Caterina e papà Severino (anche lei lo chiamava così) si avvicinarono a quel letto ma non seppero trattenere le lacrime. Con una flebile voce, rotta dalla commozione, pronunciarono queste parole: “L’è no giüstä. Signur, pärché?” (Non è giusto Signore perché?). Santina, quasi li rimproverò: “Mamä, päpà, si cä disè? Tuché no lä vuluntà däl Signur” (mamma, papà, cosa dite? Non toccate la volontà del Signore)[1]. I due anziani non riuscivano ad accettare che una donna ancora così giovane potesse morire. Per Caterina era la figlia tanto amata e per Severino la nuora, anche se lui l'aveva sempre considerata come la figlia che non aveva mai avuto.
Era quasi sera, Santina chiese un sorso d’acqua e un pezzo di pane perché si sentiva un po’ affamata. Felice, preso da un sussulto di gioia corse nella stanza accanto e ritornò con una fetta di pane fatto in casa e una brocca, d’acqua fresca. Era convinto che stesse accadendo un miracolo perché erano giorni che non toccava cibo. Severino, vecchio saggio, capì e pensò tra se: “L’è äl migliuräment äd lä mort” (è il miglioramento della morte).
Felice si fermò davanti a lei. Le chiese: “Tä sté mei?” (Stai meglio?). Gli rispose: “Si, grasie äd tüt, t’è stai un brav om e ät lä säré sempär!” (Si, grazie di tutti, sei stato un brav’uomo e lo sarai sempre). Prese il pane e se lo portò alla bocca, gli diede un morso ma lo sputò e non volle nemmeno bere. Fece avvicinare Felice e gli sussurrò: “Lä särà dürä! Stà no ämmà dä ti!” (Sarà dura, non stare da solo). Lui le diede un ultimo bacio, lei reclinò il capo e – con il sorriso sulle labbra - spirò dolcemente.
Santina Sozzi aveva 47 anni, morì il 25 giugno del 1866 alle otto di sera, nella casa Cavallini della frazione Gallia, nel territorio comunale di Pieve del Cairo. Felice Degiorgi, distrutto dal dolore, rimase vedovo per la seconda volta.
La famiglia, sconvolta e rassegnata, la vegliò tutta la notte, fino all’alba.
ADDIO SANTINA
Una lunga processione di gente accorse al capezzale della donna, attorniata da tutta la sua famiglia. Il dottor Beccari andò a vederla, firmò i documenti per il seppellimento e, preso in disparte il marito, gli disse: “Felice, mi dispiace veramente tanto. Tu stai bene? Se hai bisogno di qualcosa passa da me: io, per te, ci sarò sempre”.Beccari, oltre ad essere un eccellente medico, era anche un uomo di grande umanità. Il conforto era indispensabile in quei momenti e Felice apprezzò moltissimo le parole pronunciate dall’amico medico.
Don Francesco, prima che Santina spirasse, aveva già portato a termine tutte le procedure dei sacramenti, la penitenza, il viatico, l’estrema unzione agli infermi e la benedizione papale, secondo il rito di Santa Romana Chiesa. Anche il sacerdote ebbe una parola buona per tutti perché molto legato a quella famiglia: gradiva particolarmente la cucina di Santina e il buon vino di nonno Severino.
Prima delle esequie venne recitato il Santo Rosario in casa della defunta e il parroco iniziò con la preghiera: “Dio onnipotente, accogli l’anima di questa tua figlia che si è addormentata nella tua pace. Conforta con la tua parola, il marito, i figli, tutta la famiglia, affinché trovino pace e serenità nella fede. La morte non è la fine di tutto ma l’inizio di una nuova vita”. Poi la recita dei misteri del rosario, le preghiere rivolte a Dio per lei, le mani rugose sui grani dei rosari, l’odore della cera delle candele accese nella casa: un’atmosfera avvolgente, densa di fede.
Le esequie vennero celebrate nella piccola chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Gallia, alla presenza delle famiglie Degiorgi, Volpini (i genitori di Ercolina), Piumazzi (i genitori di Angelo). Felice occupava i primi posti con i suoi figli e, subito dietro di loro Caterina, mamma di Santina e Severino, padre di Felice.
Santina fu tumulata nel cimitero di Gallia il 26 giugno 1866, alle dieci di mattina.
Tra le tante manifestazioni di cordoglio, Felice ricevette la visita di una signora di sua conoscenza, vicina di casa in Contrada dei Mulini a Pieve, nonché madrina di battesimo del suo ultimo figlio, Ferdinando. Si chiamava Maria Teresa Carazza, ed era vedova da circa 8 anni del consigliere comunale Giovanni Battista Tenti. Da quando Severino aveva affittato casa a Gallia, non si erano più incontrati. Felice fu contento di rivederla e si abbracciarono come due vecchi amici.
Come dal nulla, ricomparve nuovamente quella donna … come mai?
IL DUPLICE MATRIMONIO
1867, frazione Gallia di Pieve del Cairo. Casa Cavallini.
Dopo due lutti gravi, per la famiglia si stava preparando un anno così “denso” di avvenimenti da non lasciare spazio ad altre cose, qualora si pensava ne accadessero. Se la vita riservava momenti difficili, il destino era lì per cambiarli, talvolta gentile e generoso oppure dispettoso e volubile.
I figli primogeniti di Felice, Giovanni, di 24 anni (äl Giuänìn) e Maria di 22 (lä Märjìn) si stavano preparando al loro rispettivo matrimonio.
Alla Pellegrina, la famiglia della 17enne Ercolina, i Volpini, era composta da 9 persone. I genitori Carlo e Giuseppa[1], sei figli – dei quali Ercolina era la primogenita – e l’anziana nonna Giuseppina[2] (nonä Pèpä). Il padre di Ercolina era nato a Villa Biscossi, dove la famiglia, originaria di Garlasco da generazioni[3], si era stabilita già nel primo ventennio dell’800. La madre era di Valeggio, come pure il nonno ed il bisnonno. Erano tutti contadini.
A Mezzana Bigli, la famiglia del 27enne Angelo, i Piumazzi, era composta dal padre Giacomo, dalla madre Teresa Frascaroli e, lui compreso, da quattro figli maschi, tutti contadini e carrettieri.
A Gallia c’era molto fermento e l’agitazione a ridosso di quel duplice evento era visibile più sul volto di Felice e su quello del padre, che sul viso dei futuri sposi. Certamente l’emozione c’era anche per loro ma a differenza dei vecchi sapevano gestirla meglio. Mancavano pochi giorni agli eventi e nonna Caterina era arrivata da Borgofranco insieme ai figli (i fratelli di Santina). C’era tanto spazio nella grande casa di corte che ci potevano stare intere famiglie. I matrimoni si sarebbero svolti uno alle nove del mattino e l’altro alle undici: il primo nella chiesa parrocchiale Beata Vergine della Consolazione di Pieve del Cairo, il secondo nella piccola chiesetta dedicata ai Santi Pietro e Paolo a Gallia.
Arrivò il tanto atteso giorno: il nove febbraio del 1867. Le famiglie si spostarono chi a piedi, chi con il carro e raggiunsero la prima località del matrimonio: Pieve del Cairo. Il parroco don Giuseppe Galassi non era presente e avrebbe celebrato in sua vece, il curato don Giovanni Gambarana[4]. Giovanni arrivava da Gallia, Ercolina dalla Pellegrina. I nonni Severino e Caterina avevano deciso di non seguirli e di aspettarli a casa, per il matrimonio di Maria.
Gli sposi si presentarono puntuali davanti a don Gambarana che li aspettava sul sagrato della chiesa insieme a tantissime persone. Giovanni era un giovane promettente, volenteroso e di bell’aspetto, con baffi e capelli dai riflessi rossicci. Ercolina aveva un abitino con dei motivi floreali, i capelli raccolti dietro la nuca. Aveva soltanto 17 anni, giovanissima e bellissima.
Don Giovanni lo domandò ad entrambi. Prima a lui: “Giovanni, vuoi prendere Ercolina come tua sposa?” poi a lei: “Ercolina, vuoi prendere Giovanni come tuo sposo?”.La risposta dei giovani fu pronta e senza tentennamenti: “Si, lo voglio!”. Il sacerdote li dichiarò marito e moglie. I testimoni delle nozze erano Brunoldi Giovanni Antonio e Luigi, rispettivamente padre e figlio, amici di entrambe le famiglie e residenti a Pieve del Cairo. Per Ercolina, che aveva soltanto 17 anni, i genitori diedero il consenso. Come in un susseguirsi di eventi, la famiglia, senza perdere neanche un minuto, si mosse compatta verso la seconda destinazione della giornata.
Nel frattempo, a Gallia, la chiesa si stava riempiendo di gente che, a poco a poco, stava arrivando dai vari cascinali limitrofi. Nonno Severino e nonna Caterina erano già lì, dove avevano preso i posti che spettavano ai parenti stretti. Maria, che non era andata al matrimonio di Giovanni, finì di prepararsi. Era alta e magrissima, ma bellissima. L’abito semplice ma elegante, la rendeva incantevole. Angelo era già arrivato, con i genitori e i fratelli. I Degiorgi arrivarono tutti nello stesso momento, alcuni minuti dopo. I novelli sposini raggiunsero il resto della famiglia all’ora stabilita, puntuali.
Il rettore don Francesco Doglia celebrò il matrimonio alla presenza dei parenti e di tantissima gente consapevole che a Gallia, un evento simile era decisamente meno frequente che in un paese come Pieve[5]. La cerimonia fu molto raccolta, nonostante la folla accorsa (composta anche da tanti curiosi) e Angelo, interrogato dal sacerdote, rispose ad ogni domanda che gli veniva rivolta, come pure Maria. Il rettore chiamò all’altare anche Giovanni ed Ercolina che volle accanto ad Angelo e Maria prima della benedizione. Li guardò fiero e disse loro: “Carissimi giovani, oggi avete formato due famiglie cristiane, unite nel vincolo della fede e dell’amore: che Dio benedica e rafforzi ogni giorno la vostra unione. Accogliete con gioia i figli che vorrà donarvi”. Con questi auguri li riconsegnò alla famiglia e alle comunità dove sarebbero andati ad abitare.
Al prete non era mai capitato di avere due fratelli sposi lo stesso giorno e per questo motivo gli venne in mente di infondere quella speciale benedizione. Fuori dalla chiesa, le “nuove” famiglie si recarono insieme in casa Cavallini dove avrebbero offerto il pranzo e organizzato una festa sotto un accogliente porticato, a coronamento di una giornata importante per tre famiglie.
Il clima in quella grande casa era davvero gioioso, era febbraio, fuori faceva piuttosto freddo, ma il tempo era bello, non c’era vento e il sole, che scaldava un po’ l’aria circostante, penetrava dalle finestre illuminando la bellissima tavola imbandita. Cibi semplici, zuppe, pane secco fatto con farina di frumento, qualche bottiglia di vino per gli invitati e tanto calore famigliare. L’immagine più bella di quella giornata fu, oltre ai giovani sposi, quella dei nonni Severino e Caterina che, divertiti, pensavano di essere arrivati in tempo a vedere i loro nipoti sposarsi, un traguardo che non avrebbero mai sperato di raggiungere. Severino aveva compiuto da poco 80 anni e a Caterina non mancava molto (ne aveva 77). Vedevano la vita in modo molto razionale, poche ormai erano le sfumature che apprezzavano. Maria e Giovanni si abbracciarono calorosamente dicendosi: “Tanti auguri fratellone” – “Tanti auguri sorellina”. Maria andò dal nonno, Giovanni dalla nonna. Stettero vicino a loro per una buona mezz’ora, a parlare, a ridere, a scherzare e a ricordarsi quando da piccoli ascoltavano senza mai stancarsi le lunghe storie d’altri tempi, in braccio a loro.
Felice, osservando da lontano quella scena, si sentiva contento, nonostante lo strazio per la perdita di Santina (non erano passati nemmeno sette mesi). I suoi ragazzi più grandi si erano sistemati. Ogni tassello della famiglia Degiorgi avrebbe trovato la giusta collocazione in un mondo che stava veramente cambiando.
Il destino però aveva già segnato le strade di ognuno di loro.
[1] Carlo Volpini (Villa Biscossi 1824 – Pieve 1887) e Giuseppa Lodola Visconti (Valeggio 1826 – Pieve 1890). Visconti era il cognome della madre.
[2] Giuseppa Laudazi, a volte scritta anche Audazio (Alagna 1797 – Pieve del Cairo, 1867) era la moglie di Giuseppe Antonio Volpini (Garlasco 1779).
[3] La famiglia Volpini, dalle ricerche svolte nell’AP di Garlasco, risulta presente fin dal 1645. Ho ricostruito ben sette generazioni oltre ad Ercolina.
[4] Don Giovanni Gambarana (1787-1877) morto a 90 anni, curato del prevosto Giuseppe Galassi e del prevosto Giovanni Cerra. Fu cappellano della Confraternita del SS. Sacramento e di San Giovanni Battista (i bättù). I suoi resti riposano nell’ossario del cimitero di Pieve del Cairo.
[5] In quel periodo, a Pieve si celebravano mediamente 40 matrimonio l’anno, a Gallia se ne celebravano mediamente 8. La popolazione, in quegli anni era di cica 2200 persone a Pieve e circa 150 a Gallia. Si tenga presente che, soltanto 30 anni prima – in un documento del 1838 chiamato “Stato delle anime della parrocchia di Gallia” (conservato nell’archivio storico comunale di Pieve del Cairo), la popolazione era di ben 248 persone (spalmate su 48 famiglie, chiamate “fuochi”). Già un calo demografico periferico, a beneficio del centro paese.
IL COLPO DI CODA DEL DESTINO
Aprile 1867. Erano passati soltanto due mesi dal matrimonio delle due coppie di sposi. Le famiglie si erano stabilite rispettivamente a Pieve del Cairo e a Gallia. Maria e suo marito sarebbero andati ad abitare a Mezzana Bigli dove il Piumazzi stava finendo di sistemare la casetta di nonno Biagio, deceduto appena pochi mesi prima. A Gallia erano rimasti nonno Severino, Felice con i figli Luigi di 19 anni e Ferdinando, giovane ragazzino di 11 anni e mezzo. Luigi era un idealista, un ragazzo che sognava di andare lontano a cercare fortuna ma gli mancava il coraggio, la determinazione. Voleva andare in Argentina perché aveva sentito dire che tanti italiani emigravano là, dove il lavoro non mancava e si guadagnava bene[1].
Entrambi lavoravano in campagna con il padre, il grande era già piuttosto esperto, mentre il piccolo, sotto la sorveglianza del fratello, ogni tanto scappava al torrente, andava nelle stalle, faceva i dispetti al bestiame e la sua curiosità lo cacciava spesso nei guai perché, non vedendo i pericoli, rischiava di farsi del male. Felice si raccomandava sempre con Ferdinando: “Äm räcumändi Nändìn, fa no gni mat to frädè, da dä trà ä tüt cul che ät disä” (mi raccomando Nandin, non far ammattire tuo fratello, dai retta a tutto quello che ti dice). Glielo ripeteva ogni santo giorno e Luigi gli rispondeva: “Stà tränquìn päpà, äg mustri mi ä fa cul che äl devä fa” (sta tranquillo papà, gli insegno io a fare quello che deve fare). Il ragazzino, ascoltava attentamente tutto quello che gli veniva detto ma poi, immancabilmente, faceva sempre di testa sua forte della propria esuberanza e della voglia di scoprire il mondo.
Purtroppo, la serenità della famiglia Degiorgi venne prepotentemente interrotta da un brutto incidente che capitò proprio a Ferdinando. La mattina del 14 aprile, domenica delle Palme, alle prime ore dell’alba il ragazzino – mentre si prestava a raccogliere un ferro da prato (fér dä prà)inciampò su di un sasso appuntino, cadde a terra e si fece un profondo taglio alla gamba con la punta arrugginita di quell’attrezzo (un ciòd rü’sän). Le urla di Ferdinando furono talmente forti da giungere alle orecchie di Luigi e di papà Felice. Pure nonno Severino, un po' sordo per l'età avanzata, sentì quel maledetto urlo. Trovarono il ragazzo a terra, con il chiodo conficcato nella gamba che gli stava provocando, oltre al male, un’estesa infezione. Felice lo prese in braccio e lo portò in casa senza rimuovere l’oggetto conficcato nella gamba pensando che gli facesse da tampone, scongiurò così un'emorragia. Disse a Luigi: “Bigìn, curä a ciämà äl dutùr Beccari” (Luigi, corri a chiamare il dottor Beccari).
Fortuna volle che il medico si trovava già a Gallia per visitare un paziente e tale coincidenza evitò la perdita di tempo che si sarebbe spesa tra l’andata e il ritorno da Pieve del Cairo. Beccari si precipitò immediatamente dal ragazzo e quando vide quella ferita si mise la mano alla fronte e chinò il capo: “Questa è veramente una brutta situazione”.Il dottore si tolse la giacca, poggiò il cappello sul tavolo, si arrotolò le maniche della camicia, fece un respiro ampio e si mise all’opera. Innanzitutto, dopo aver notato che il ragazzo era sofferente ma vigile, lo addormentò con del cloroformio: quello che doveva fare non prevedeva un paziente sveglio ma sedato. “Nandino, guardami e ascoltami: farai un sonnellino, devo togliere il chiodo dalla gamba” gli disse il medico. Il ragazzino annuì.
Beccari cercò di rimuovere quel corpo estraneo, la ferita era infetta e da come si presentava, il medico temette che si potesse aggravare e tramutare in tetano[2]. Estrasse il chiodo lungo ben 15 centimetri, finì di pulire quella ferita e applicò un bendaggio leggero per consentire altre frequenti medicazioni.
Il dottore tornò per diverse volte e notò che, nonostante le continue medicazioni, la ferita peggiorava. Inoltre, al ragazzo, sopraggiunse anche la febbre. Ogni tentativo di Beccari sembrava inutile, Ferdinando stava veramente male. Nonostante questo, il dottore non rinunciò alle visite che ripeté puntualmente più volte. L’infezione era estesa, sarebbe entrata in circolo e avrebbe raggiunto il sangue, il sistema nervoso, i polmoni, il cuore. Non c’erano più dubbi, il timore del dottore si concretizzò: era tetano. Quella maledetta infezione avrebbe avuto la meglio sul fisico del ragazzo. Il dottore, per non farlo soffrire gli somministrò piccolissime dosi di morfina. Sarebbe stato questione di giorni, purtroppo. La febbre non scendeva e per questo motivo, Beccari ordinò il ricambio frequente del ghiaccio per alleviare il calore. Luigi che era con loro nella stanza capì subito che si sarebbe andati incontro al peggio.
Il medico volle parlare con Felice: “Amico mio, ho fatto tutto quello che potevo, il ragazzo è giovane e forte ma non ce la farà. L’infezione è troppo estesa. Nandino ha la febbre ma è stabile, non occorre che resti ma oggi pomeriggio tornerò per fare un’altra medicazione. Farò il possibile, nonostante tutto e soprattutto, farò in modo che non soffra”.
Luigi, che a fatica tratteneva le lacrime, volle andare ad avvisare Maria ed Angelo che si trovavano a Mezzana e poi Giovanni ed Ercolina a Pieve. Dovevano, in qualche modo, essere avvisati dell’infermità del fratellino. Per sera arrivarono tutti. Felice li accolse: “Äl mé Nändìn al pö no murì insì, l’è äncurä un fiulìn” (il mio Nandino non può morire così, è ancora un ragazzo). La famiglia, sgomenta ed attonita, si raccolse attorno al tavolo a pensare, cercando di capire la ragione di tutto questo. Nonno Severino, si sedette in un angolo della casa, faccia al muro e non disse una parola. Il suo sguardo era quello di un uomo apatico, scioccato, colpito a morte, ferito in ogni parte del corpo. Quel bambino, per lui, rappresentava il futuro, la speranza, la continuità, l’avvenire. Disse sottovoce: “Signur, pärché ät vö pià un fiö? Mi son pront, lü no!” (Signore, perché vuoi prendere un ragazzo? Io sono pronto, lui no!).
Dopo qualche giorno (esattamente il 18 aprile, giovedì santo) arrivò anche don Francesco: Nandino aveva bisogno di assistenza medica quanto di quella morale e spirituale. Accorsero tutti a vederlo: Giovanni, Maria, Luigi. Papà Felice era devastato dal dolore.
Per ultimo in quella stanza entrò nonno Severino. Era qualche giorno che non toccava cibo, nonostante le insistenze di tutti. Volle essere lasciato solo con il nipote. Entrò, chiuse la porta e si avvicinò a quel corpicino sospeso tra la vita e la morte. “Nändìn, son äl nonu Sivirin. Dam un quei dì e pö äs vädärumä incurä, ät lä prumäti!” (Nandino, sono il nonno Severino, dammi qualche giorno e poi ci vedremo ancora, te lo prometto!). Ferdinando strinse la mano del nonno e si abbandonò al riposo eterno.
Un raggio di sole, in quel momento, entrò dalla finestra della stanza illuminando una sedia rimasta vuota.
LA PROMESSA MANTENUTA DI NONNO SEVERINO
Il giovane Giulio Ferdinando Degiorgi si addormentò per sempre la mattina del 18 aprile 1867 a undici anni e mezzo. Quelle parole profetiche dette da mamma Santina al suo adorato figlio prima di morire risuonavano nell’aria quella mattina: “Nändìn bèl, ti ät säré äl mé ängiäl” (Nandino bello, tu sarai il mio angelo). Ferdinando, chiamato Nändìn da tutti, era un bambino generoso, buono, sensibile, curioso, esuberante e amante della vita, come tutti quelli della sua età. Una processione di gente accorse per l’ultimo saluto a quel bambino trovando l’intera famiglia riunita accanto alla salma che fu tumulata quello stesso giorno nel cimitero di Gallia insieme a mamma Santina. La piccola Caterina era invece sepolta a Pieve perché quando successe il fatto, nel 1857, la famiglia ci abitava.
Nonno Severino era distrutto. Non che nutrisse alcuna preferenza verso gli adorati nipoti, ma Nändìn era diverso. Era il più piccolo, l’ultimo figlio di suo figlio e probabilmente rivedeva in lui quella sua giovinezza tanto lontana da non ricordarla nemmeno più. Se quel ragazzino gli aveva dato ancora una speranza di vita, la sua morte lo provò spegnendo in lui ogni attesa futura. Andare avanti sarebbe stato completamente inutile. Decise pertanto di non fare più nulla, di sedersi su quella sedia all’angolo della stanza e abbandonarsi al destino, chiedendo al buon Dio di esaudire la promessa fatta tre giorni prima al ragazzo, prima che morisse. In quell’istante, un forte soffio di vento entrò nella stanza, anche se le imposte erano chiuse. Quella sera nonno Severino non mangiò nulla e andò a dormire sperando fosse l’ultima sua notte. Felice lo salutò: “Papà, äs vädumä ädmän!” (Papà, ci vediamo domani). Severino non rispose nulla ma fece un sorriso.
Quella notte gli apparvero in sogno i genitori: suo padre Giulio[1] e sua madre Maria Domenica. Vide i suoi quattro figli tutti insieme (ne aveva persi tre prima di avere Felice). Incontrò le due sorelline nate prima di lui che non erano sopravvissute[2], poi Cristina, Margherita e Marianna[3]. Lungo la strada di casa incontrò la piccola Caterina che gli diede un bacio e il suo nipotino Nändìn che gli corse incontro facendolo quasi cadere. In fondo a quel sentiero lungo una vita, incontrò la moglie Francesca che gli disse: “Sivirìn, venä, sumä tüti chi che t’äspitumä” (Severino, vieni, siamo tutti qui che ti aspettiamo). Severino sorrise e strizzando l’occhio al piccolo Nändìn rispose, senza indugio: “Ä rivi!” (Arrivo!). Una lacrima gli bagnò il viso e sospirando per l’ultima volta, nonno Severino passò dal sonno alla morte, senza accorgersi di nulla.
Era il 22 aprile 1867, soltanto quattro giorni dopo la morte di Nändìn e Severino Degiorgi mantenne la promessa fatta al nipote. Morì serenamente all’età di 81 anni.
[1] Giulio Paolo Degiorgi (1762-1800), il padre che Severino perse quando aveva appena 14 anni.
[2] Angela Maria Degiorgi, morta dopo 5 giorni di vita il 1° marzo 1782 e Marianna Degiorgi, nata morta il 12 ottobre 1791. Chiamarono con lo stesso nome, Marianna, la sorella che nacque dopo di lei, madre di Don Luigi Berri, quello dell’Ospedale Opera Pia San Giacomo.
[3] Ildegarda Cristina (1789-1866), Margherita Veneranda (1784-1845) e Marianna Degiorgi (1792-1860), le tre sorelle femmine di Severino.
ADDIO “GRANDE QUERCIA”
La mattina del 22 aprile 1867, la famiglia Degiorgi si svegliò, come di consuetudine, prestissimo. Felice ebbe un presentimento non vedendo suo padre, solitamente il più mattiniero di tutti. Andò nella sua stanza e lo trovò ancora nel letto che dormiva profondamente. Lo chiamò dalla porta ma il vecchio non rispose. Allora preoccupato gli si avvicinò. Severino era morto mentre dormiva e, a giudicare dalla rigidità del corpo ormai freddo pensò che fosse deceduto nelle primissime ore della notte.
Si fermò a guardarlo per un istante e vide serenità sul suo volto, gli occhi socchiusi ed un leggero sorriso, come se se ne fosse andato in pace con sé stesso e con il mondo. Si sedette ai piedi del letto e lo abbracciò dolcemente, gli diede un bacio sulla fronte e disse: “Grasie äd tüt päpà!” (Grazie di tutto papà!). Felice chiamò Luigi dicendogli: “Il nonno è morto. La nostra grande quercia ci ha lasciati!”. Luigi, prese il cavallo e corse a Pieve dal dottor Beccari spiegandogli l’accaduto. Mentre il medico si dirigeva verso Gallia, il giovane andò da Giovanni ed Ercolina e successivamente da Angelo e Maria a Mezzana.Nel primo pomeriggio arrivarono tutti a rendere omaggio ad un uomo che, per loro, era stato importantissimo. Nonna Caterina, a Suardi, era stata avvisata con una lettera sapendo che non sarebbe venuta in quanto inferma. Non mancarono però i nipoti da parte delle sorelle Marianna, Cristina e Margherita.
Nel tardo pomeriggio arrivò anche don Francesco Doglia che gli diede la benedizione. “Riposa in pace, uomo buono”: gli disse con molta tristezza: “Nella sua vita ha aiutato tutti e lo avrebbe fatto ancora”. Giovanni, Maria e Luigi ebbero il medesimo pensiero: “La morte del nostro fratellino, per lui, è stato il colpo di grazia”. Difatti, Severino non stava così male da essere in pericolo di vita; era un uomo sicuramente anziano, con i suoi acciacchi, ma non era malato.
Verso sera, in arrivo da Pieve, si presentò a casa loro la vedova di Giovanni Battista Tenti, Maria Teresa Carazza, la vicina di casa dei Degiorgi quando abitavano in paese e amica di Felice. L’avevano informata della morte di nonno Severino e arrivò. Venne accolta in casa e Felice la fece sedere: “Tirèsä, méc tä sté?” (Teresa, come stai?): le domandò abbracciandola. Rispose:” Felice, stön äbästänsä bèn, mä ti invece?” (Felice, sto abbastanza bene, ma tu invece?). Teresa conosceva bene le tribolazioni della famiglia Degiorgi e sentiva di dover offrire un contributo pratico alla famiglia oltre che conforto. Si alzò, prese sotto braccio Felice e gli chiese: “Vorrei vedere tuo padre!”. Felice rispose: “Venä insémä ä mi!” (Vieni insieme a me!). Stettero circa dieci minuti vicino a Severino, recitarono qualche preghiera, Teresa mandò un bacio all’uomo e pianse.
Disse: “Felice, sei rimasto solo adesso. Non è bello, anche io sono vedova da quasi nove anni. Tu sei ancora relativamente giovane, io ho dieci anni in più di te ma, a qualunque età, la solitudine fa davvero male”. E gli diede un bacio sulla guancia, in segno di amicizia. Felice lo ricevette sorpreso.
Severino Degiorgi venne tumulato nel cimitero di Gallia, alla presenza di tutti i suoi cari accanto a Santina e al piccolo Ferdinando. La moglie Francesca (nonä Cichinä) era stata sepolta a Cairo 27 anni prima, nel lontano 1840.
DUBBI E TORMENTI
Se nel corso della vita, ci si può imbattere in periodi particolari, durante i quali le vicende si susseguono una dopo l’altra in un’alternanza tra buone e cattive, il 1867, per la famiglia Degiorgi fu proprio uno di quelli.
Felice era rimasto solo con il figlio Luigi, che aveva appena compiuti 19 anni. Due uomini di una generazione diversa, il giovane con tutta una vita davanti e il padre con un vissuto intenso, travagliato e due vedovanze. Se la prima moglie, Rosa Ferrante, faceva ormai parte di un lontano passato, che portava sempre comunque nel cuore, per la moglie Santina, il dolore era ancora bruciante e faceva ancora male come un pugno allo stomaco. Giovanni e Maria avevano la loro famiglia e presto, come sperava Felice, avrebbero avuto dei figli. Luigi era ancora in casa ma si sarebbe sistemato anche lui, nel giro di poco.
La casa a Gallia era grande, necessitava di continue attenzioni e il lavoro nei campi portava via tanto tempo sia a Felice che a Luigi. Le loro giornate erano piene dall’alba al tramonto e i loro occhi, stanchi e pesanti, si chiudevano presto la sera e il sonno li assaliva appena dopo aver cenato. Mancava indubbiamente l’anima del focolare, che facesse da collante tra la casa ed il lavoro tenendo insieme tutto. Mancava un tocco femminile. Felice veniva assalito da dubbi e quando riusciva a darsi una risposta, ecco che insieme a quella arrivavano i rimorsi. Era un uomo ormai adulto e i suoi stimoli non erano più quelli di un adolescente. Nonostante ciò gli mancava quel poco di compagnia, necessaria a non sentirsi troppo solo. Era un uomo forte ma allo stesso tempo sensibile ed aveva bisogno di gesti gentili, di vivere un quotidiano fatto di serenità e condivisione. Era passato quasi un mese dalla morte di Ferdinando e di suo padre ed il pensiero che Luigi, presto, se ne sarebbe andato a sua volta a metter su famiglia, lo metteva in crisi. I suoi rimorsi vennero smorzati da un pensiero che Santina gli aveva suggerito, prima di morire:
“Lä särà dürä! Stà no ämmà dä ti!”
(Sarà dura, non stare da solo).
Quelle parole gli martellarono nella testa per ore. Non era un ragazzino e non voleva né cercava avventure. Desiderava solo un poco di tranquillità e qualcuno che lo rispettasse. In quel momento pensò alla vedova di Pieve sua amica da molti anni. Lei gli aveva confessato di sentirsi molto sola. Felice si fermò a pensare: “Teresa è vedova da nove anni, io soltanto da uno” ma il furtivo pensiero venne immediatamente cancellato dal rimorso. Era troppo presto, gli sembrava mancare di rispetto ai propri morti. Desiderava vederla per poterle parlare ma decise di attendere ancora qualche settimana.
LA PROPOSTA
Arrivò giugno e il sole estivo iniziò a scaldare l’aria e i cuori. La malinconia sembrava volersi allentare ma la consapevolezza di sentirsi soli invece no. Felice ne aveva discusso spesso con Luigi e con gli altri figli. Tutti volevano il bene del loro padre e vederlo sereno non poteva che riempirli di gioia. Non ne avrebbero fatto una questione di rispetto ben sapendo che Felice era un uomo che non avrebbe mai rinnegato il suo passato.
I figli di Felice conoscevano Teresa, fin da quando erano ragazzini. Era una brava donna, gentile ed amorevole e per giunta più anziana del loro padre di dieci anni. Sarebbero stati contenti se i due avessero creato un futuro insieme. Ora toccava a lui trovare il coraggio di mettersi nuovamente in gioco e stavolta non più con la testa di un ragazzino. L’uomo si sentì rincuorato e prese la decisione: l’indomani si sarebbe recato a Pieve da Teresa.
Felice, quella notte, non riuscì a chiudere occhio; forse per l’agitazione o l’affastellarsi di tutti i pensieri e i dispiaceri passati fino all’arrivo del mattino.
L’alba trovò quell’uomo già in piedi, lavato, pettinato, profumato e bello “come il sole”; pronto per l’incontro con Teresa che non si sarebbe aspettata quella visita. Rubò un passaggio a Luigi, che doveva andare a Pieve con il carretto per sbrigare delle faccende. In cortile c’erano tre garofani bianchi bellissimi che sembravano spuntate apposta per un’occasione speciale come quella. Li colse e partirono per Pieve. “Papà, tüt ben?” (Papà, tutto bene?): gli chiese Luigi, vedendolo un po’ teso. “Preocupät no, l’è tüt ä post!” (Non preoccuparti, è tutto a posto!) aveva risposto Felice. Poi aggiunse qualcosa, farfugliando un po’ le parole, perché stava masticando del tabacco. Luigi capì che era meglio non domandargli più nulla fino all’arrivo a Pieve, dove lo lasciò a casa di Teresa. Felice disse che, per tornare a casa, si sarebbe arrangiato e che una camminata in campagna gli avrebbe fatto bene.
Quello era il momento. Si diede una sistemata ai capelli, si arricciò i baffi e diede un colpetto di tosse per schiarirsi la voce. La porta della casa era aperta, chiese permesso ma non rispose nessuno. Si domandò: “Custä lé bélä, son miä gnü chi pär gnintä?” (Questa è bella, sono mica venuto qui per niente?). La risposta non tardò ad arrivare accompagnata da una Teresa rimasta a bocca aperta quando se lo vide davanti. “Felice, ma che sorpresa bellissima mi hai fatto!”: disse appoggiando un cespo d’insalata appena raccolta. “Custi chi ien pär ti” (questi sono per te): le disse timidamente offrendole i fiori che aveva raccolto. “Che bel pensiero Felice, grazie!”
Lo fece accomodare e si sedettero al tavolo. Felice di ricevere un uomo in casa dopo diversi anni, gli servì qualcosa da bere per l'occasione speciale: dopotutto, si trattava della visita di un caro amico.
I due trascorsero la giornata piacevolmente ricordandosi a vicenda le storie belle e brutte di quando Felice abitava lì vicino. La vita aveva riservato per loro l’angosciosa condanna della solitudine. Che il destino avesse deciso di farli riunire, non c’è dato saperlo ma quella era un’occasione da non perdere, per nessuno dei due. Felice prese il coraggio a due mani e le chiese: “Ät piäsäris se äs fasäm cumpagniä?” (Ti piacerebbe se ci facessimo compagnia?).
Teresa ci ragionò un istante, lo guardò negli occhi, prese il suo viso tra le mani e gli disse, giocando con le parole: “Sarei felice di stare con il mio Felice”. E lo abbracciò teneramente. Poi tornò a riflettere: “Però cosa dirà la gente? Io ho dieci anni in più di te! Stiamo facendo la cosa giusta?”. A Felice non importava proprio nulla e glielo disse, così quando lei comprese che per lui non era un problema, non lo fu più nemmeno per lei.
Non era stata certamente una proposta di matrimonio, ma avevano gettato le basi perché una loro unione si potesse concretizzare.
IL TERZO “SÍ”
Felice e Teresa, da quel giorno di giugno, continuarono a frequentarsi. Lui mantenne il suo lavoro nei campi con Luigi, lei aveva la casa, il terreno, l’orto, il pollaio e due capi di bestiame da mandare avanti. Teresa alternava periodi a casa sua con brevi periodi passati da lui in quel di Gallia. La loro intesa era sempre più salda, si confidavano ogni cosa e si aiutavano in tutto.
Più il tempo passava e più quei due sembravano essere diventati una coppia perfetta. C’erano stati tempi bui per Felice e i figli ma a vederlo così sereno, ringraziando il cielo, sembravano appartenere tutti al passato. Teresa era una donna matura, sicura di sé e grande lavoratrice, le virtù dell’uomo le conosciamo. Aiutava tutti e in questo somigliava tanto a suo padre. Si spendeva per gli altri ed era sempre pronto e disponibile per il figlio, la famiglia e per il prossimo.
Era tutto quello che una donna poteva desiderare e Teresa lo percepiva chiaramente tanto da superare situazioni un po’ spiacevoli come quella capitata la sera in cui si trovava a Gallia con tutta la famiglia. La compagnia era piacevole, il vino in tavola buono e qualche bicchiere aveva fatto il resto mettendo in bocca a Felice parole che da sobrio, non avrebbe mai detto. Davanti ai figli Giovanni, Maria e Luigi si avvicinò a Teresa dicendole, in corretto italiano: “Teresa cara, tu sei una donna meravigliosa ed io ti voglio sposare subito”. Solitamente parlava in dialetto ma con qualche bicchiere di vino in corpo, usciva il Felice più istruito.
La donna, pur senza dispiacersene, rimase “folgorata” da quella dichiarazione ed arrossì un po’. Capì che nonostante fosse assolutamente sincero, aveva esagerato nei modi. Ma stette al gioco: “Felice, anche tu sei un uomo meraviglioso e ti voglio sposare”. D’un tratto, sembrò riprendersi dalla sbornia e tornare in se: “Ma Teresa, ät disi pär däbon?” (Dici sul serio?). Lei tirò un sospiro di sollievo e si mise a ridere dicendo: “Felice, così mi piaci”. La sua risposta fu un "Sì" e lo pronunciò talmente forte che tutti sentirono. Giovanni ed Ercolina abbracciarono Teresa mentre Maria ed Angelo fecero la stessa cosa con Felice. Luigi urlò: “Auguri papà, auguri Teresa. Viva gli sposi!”. Erano mesi che in casa Degiorgi non si respirava un’aria così serena.
Arrivò il giorno scelto da Felice e Teresa per sposarsi: l’11 novembre 1867. La cerimonia fu piuttosto intima e venne celebrata a Pieve del Cairo dal prevosto don Giuseppe Galassi, alla presenza dei figli di Felice, Giovanni, Maria e Luigi. C’erano soltanto loro. Lui aveva 47 anni compiuti, lei 57[1]. I testimoni di quella cerimonia erano Cesare Fossati e Antonio Brunoldi, entrambi amici degli sposi. Alle 10 del mattino il matrimonio era già terminato e usciti dalla chiesa i due “anziani” - come li chiamavano simpaticamente i figli – si guardarono negli occhi e Felice diede a Teresa bacio, prendendola per mano.
La vita poteva iniziare nuovamente, anche a quell’età.
[1] Maria Teresa Carazza era nata a Mezzana Bigli l’8 ottobre 1810 da Domenico Carazza e Maria Domenica Zaccone.
ARRIVI E PARTENZE
Dopo il matrimonio Felice Degiorgi e Teresa Carazza, tornarono ad abitare a Gallia nella casa Eredi Cavallini (lä Gäliätä). Luigi aveva traslocato a Pieve, nella casa di Teresa che confinava con la proprietà Degiorgi affittata tempo prima. Il Cavallini aveva chiesto ai Degiorgi di trasferirsi alla Fornace Vecchia perché aveva bisogno che qualcuno ci abitasse e la gestisse. Felice promise di pensarci su e prese tempo.
Intanto arrivò la gradita notizia che Ercolina aspettava un bambino: il 12 aprile 1868 alle cinque della mattina, diede alla luce un maschietto che chiamarono Pietro. Felice, diventato nonno, non stava più nella pelle. Teresa non era nulla per quei ragazzi ma, da quando frequentava quell’uomo, si era legata molto a loro. Saputa la notizia Felice volle vederlo, subito e si precipitò a Pieve di gran carriera. A chiunque gli chiedeva dove andasse così di corsa rispondeva con fierezza: “Son gnü nonu!” (Son diventato nonno). Quando arrivò e lo vide si sedette, lo prese in braccio, lo coccolò e disse: “Cul fiulìn chi al sarà al prim a duer la stra!” (Questo bambino sarà il primo ad aprire la strada!). Il piccolo venne battezzato la sera stessa, dal parroco don Giuseppe Galassi. Il padrino era Luigi, fratello di Giovanni mentre la madrina era Maria Volpini, sorella di Ercolina.
Se la nascita del nipotino lo inorgogliva e lo riappacificava con la sorte, capitava a volte che si arrabbiasse nel leggere i manifesti affissi dai comuni del nuovo Regno d’Italia. Pochi giorni prima, esattamente il 1°aprile 1868, era stata introdotta una tassa iniqua che lo aveva maldisposto: era la tassa sul macinato chiamata anche la “tassa del pane”[1].
Felice non comprese fino in fondo perché il governo mise l’imposta ma si rese conto molto bene di una cosa, la più semplice: quello che si mangiava a casa, sarebbe aumentato di prezzo e avrebbero dovuto “tirare la cinghia”. Ma per sé stesso, per i figli e soprattutto per quel bellissimo nipote, si sentiva disposto a fare l’impossibile e a lavorare persino la notte, se necessario. Lui aveva 48 anni, era in buona salute e nel pieno delle forze. Come lui la pensava anche Giovanni che si rimboccò le maniche per far crescere il figlio.
Passò un anno e per il nonno giunse l’ora di un altro lieto evento. A Mezzana Bigli, sua figlia Maria, diede alla luce una bambina. Era il 10 ottobre 1869 e la chiamarono Maria Elena. Ma se le cose erano filate lisce per il piccolo Pietro, che cresceva come un leone, non altrettanto accadde per la sua piccola cuginetta. Circa un’ora dopo averla partorita, Maria si era accorta che qualcosa non andava: la bambina non respirava e, nel giro di pochi minuti la situazione precipitò sino al ferale esito. La piccola morì soltanto un’ora dopo la nascita. Le sfortunate traversie stavano iniziando a ripresentarsi in modo prepotente. Nonno Felice fece in tempo a vivere quel momento soltanto per pochi istanti. Teresa lo consolò con un abbraccio facendogli coraggio.
La famiglia Piumazzi dovette fare i conti con lo straziante dolore della loro prima frustrazione. Maria aveva portato in grembo la bambina per nove mesi e il destino gliela aveva tolta in una sola ora. La gente però, a quei tempi, era abituata alle gioie così come a profondi dolori che considerava quali “segni divini”. E quando si parlava di Dio, nulla andava messo in discussione.
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Era il 1870, precisamente il 20 di settembre quando in casa di Ercolina e Giovanni, venne alla luce la piccola Maria Santina Degiorgi, alle 8 di mattina. Felice e Teresa vennero informati della notizia e ne furono lieti. I genitori avevano deciso, dato che era una bambina, di mettere il nome di battesimo della nonna, Maria Santina. La piccola era in salute, piangeva come una forsennata e quello era un segnale positivo, come sostenevano i vecchi: “Se äl piänsä äl vo di che al ghé e che äl sta ben” (se piange vuol dire che c’è e che sta bene). La bambina venne poi battezzata la sera stessa dal curato alla presenza del padrino Angelo Piumazzi, cognato dei genitori e della madrina Maria Degiorgi, la sorella di Giovanni. Maria guardava quella bambina con gioia ma in cuor suo, l’ombra della morte della figlia e il dispiacere provato erano ancora presenti.
Lo stesso giorno in cui nacque la piccola Maria Santina, Felice lesse sui manifesti delle notizie di cronaca importantissime:
“Roma è italiana! Il 12° e 41° bersaglieri sono entrati nella città per la breccia di Porta Pia: L’ordine è stato dato dal generale Cadorna e le truppe di Bixio hanno issato la bandiera tricolore sul Gianicolo”.
Lui, pover’uomo, che non sapeva cosa fosse il Gianicolo, né dove fosse Roma, si disse entusiasta di quello che stava accadendo intuendo come, dopo tanti anni, si stava compiendo la riunificazione di un territorio non più formato da minuscoli staterelli, come nel periodo in cui era nato, ma comprensivo di un’unica “nazione”. E si vantava, come aveva già avuto modo di dire all’inizio del Regno: “Äl Vitòri l’è un mé cuscrìt!” (Vittorio è un mio coscritto). Ce l’aveva ovviamente con il Re in carica perché, essendo suo coetaneo, non poteva che essere un uomo “in gamba”[2]
Nel 1871, la coppia decise di lasciare Gallia perché la loro proprietà in Via dei Mulini si era liberata. Sarebbero quindi andati a vivere accanto a Luigi, che abitava nella proprietà della vedova Tenti, ora signora Degiorgi, cioè di Teresa. La proposta del Cavallini relativa alla Fornace, non fu comunque dimenticata. Nonostante nessuno li volesse mandar via, decisero di comune accordo di trasferirsi a Pieve per stare vicini ai figli Luigi e Giovanni oltre che per scordare tutte le tristi vicende legate a quel luogo avvenute tutte in poco più di un anno. Oltretutto sarebbe stato più comodo, anche per loro che invecchiando avrebbero potuto contare sulla presenza dei figli in caso di bisogno.
La famiglia traslocò. Chiamarono il carrettiere Battista Chiocca che si occupò sia del trasferimento, sia del mobilio che delle terraglie. Sul far della sera, i due “anziani” erano già sistemati a Pieve. Più tardi, la famiglia si riunì ed arrivarono a far loro visita anche Maria con Angelo, da Mezzana, con qualcosa di importante da comunicare: aspettavano un bambino che sarebbe nato per il maggio dell’anno seguente, il 1872. Teresa si alzò e abbracciò forte Maria dicendole: “Tesoro, vedrai che questa volta andrà tutto bene!”. Lei sorrise, capì che quelle parole le erano state dette per sostegno e si rasserenò.
La vita a Pieve era piuttosto attiva, sia in centro che nelle strade un po’ più decentrate esercitavano tante piccole attività commerciali e laboratori di ogni genere. Quasi ogni famiglia aveva un orto (urtaiä) ma non avendo bottega vendeva i prodotti al dettaglio, con o senza credito. Le persone si fidavano. Il borgo pulsava di vita e la popolazione era in crescita. Il territorio di Pieve del Cairo, al censimento del 1871, contava all’incirca 4.000 abitanti e come in tutti i nuclei sociali era diviso in benestanti, agiati, ceto medio e poveri. Felice, a Pieve stava bene, curava il proprio lavoro nei campi insieme ai figli. Una vita semplice, risicata ma non indigente.
Per Maria, intanto, il tempo del parto si stava avvicinando. Era la fine del mese, il 30 maggio 1872, la ragazza andò a Mäsä primä (la messa dell’alba) perché, pur stando poco bene, non avrebbe voluto perderla, nell’ipotesi probabile che entrasse in travaglio. Infatti le doglie iniziarono nel pomeriggio e dopo nemmeno un’ora, intorno alle cinque di sera la giovane, assistita dalla suocera Teresa, partorì un’altra bambina. Chiamò Angelo nella stanza e decisero di chiamarla come la piccola che avevano perso tre anni prima: Maria Elena Santa Piumazzi. Quel nome avrebbe alimentato il ricordo della prima figlia. Il battesimo della bimba si sarebbe celebrato il mattino seguente, 31 maggio, officiato dal parroco don Antonio Lorenzotti, nella chiesa parrocchiale dedicata a San Giovanni Battista di Mezzana Bigli, in presenza di famiglia e testimoni che per l’occasione furono gli zii della bambina, Giacomo e Carla Piumazzi, rispettivamente fratello e sorella di Angelo. Molta gente era accorsa a vedere la bambina che, dopo aver ricevuto il sacramento, si era addormentata profondamente.
Ma se il destino stava regalando qualcosa di bello a due genitori, dall’altra stava privando la famiglia di persone care. A Suardi (al Burg), moriva ad 81 anni Caterina Trabella[3] vedova Sozzi, la mamma di Santina. Aveva saputo di essere diventata bisnonna di Pietro (figlio di Giovanni ed Ercolina) e della piccola Maria Elena senza riuscire però a vederli perché inferma a letto ospite di Gaspare (äl Gàspär), uno dei figli. Dopo la morte della figlia Santina (la seconda moglie di Felice) non si era mai ripresa.
Il destino in ogni caso non cessava di fare danni. Se in casa Piumazzi, Maria ed Angelo erano felici per l’arrivo di Maria Elena, in casa Degiorgi, Ercolina e Giovanni piangevano la morte, improvvisa, della loro piccola Maria Santina. Era il 10 settembre 1872 e la bambina era alla vigilia dei suoi due anni. Una febbre altissima provocò forti convulsioni che ebbero la meglio in pochi giorni sulla sua resistenza. La campana suonò nuovamente a morto nel borgo (Maria Santina era solo una dei tanti corpicini che popolavano i cimiteri all’epoca[4]). Gli eventi infausti erano sempre in agguato in quella famiglia quasi a voler cancellare ogni buona notizia.
[1] “L'imposta sulla macinazione del grano e dei cereali in genere, era un'imposta indiretta, ideata al fine di contribuire al risanamento delle finanze pubbliche. Come effetto diretto, la tassa sul macinato causò un forte incremento del prezzo del pane e, in generale, dei derivati del grano e degli altri cereali. Se da un lato la nuova tassa contribuì, ad un risanamento del pareggio di bilancio, dall'altro diffuse il malcontento nelle classi sociali più povere, per le quali i derivati del grano rappresentavano il principale, se non l’unico alimento per il sostentamento”.
[2] Si capì successivamente che Vittorio Emanuele II non fu sempre in grado di prendere delle decisioni vincenti, come nelle passate guerre d’Indipendenza.
[3] Caterina Trabella, nata nel 1791, sposata con Giuseppe Sozzi (1786-1847) nel 1808 a Borgofranco. Mamma si Santina, la moglie di Felice Degiorgi.
[4] La mortalità infantile, in quell’epoca era ancora molto elevata. In ogni famiglia l’esperienza della morte infantile era presente, sotto tantissime forme. Nel decennio 1860-1870, l’incidenza di tale evento era all’incirca del 40% e scendere intorno al 30% nel decennio successivo. Anche i bambini nati morti erano piuttosto frequenti. La medicina non era ancora all’avanguardia come oggi e anche per una febbre molto alta – come ebbe la nostra piccola Maria Santina – si poteva morire
IL TIMIDO LUIGI, LA DOLCE CAROLINA
Da alcuni mesi del 1873, Luigi Degiorgi (detto Bigìn) aveva appena 25 anni e si vedeva con una giovane e bellissima ragazza pievese di nome Carolina Alessi di vent’anni, e dai bellissimi capelli neri. I due ragazzi si frequentavano la sera dopo il lavoro. Anche lei abitava nella stessa strada dei Degiorgi e si conoscevano di vista ma non avevano mai avuto modo di parlarsi finché non era scoccato il colpo di fulmine. Erano entrambi piuttosto timidi e lui, sotto quei baffetti arricciati, era anche un ragazzo piuttosto schivo, introverso e riservato. Lei era la classica “brava ragazza” tutta lavoro, casa e chiesa. Carolina era la quinta di otto figli[1]. La madre era morta dopo aver dato alla luce l’ottavo bambino, lasciandola all’età di 9 anni.
Fu lei a chiedere a Luigi: “Bigìn täm vö spusà?” (Bigìn, mi vuoi sposare?). Lui, che era così timido da non riuscire a compiere il primo passo, si stupì della richiesta. Prese coraggio, si alzò in piedi e le rispose: “Si, tä spusärö!” (Si, ti sposerò!). Luigi le diede un timido bacio sulla guancia cercando di vincere la timidezza.
Una volta a casa lo comunicarono a Felice e a Teresa. Il padre fece un bel sorriso e si congratulò pensando tra sé: “Anca pär äl mé Bigìn g’ha rivà äl mument dä spusàs” (anche per il mio Luigino è arrivato il momento di sposarsi). Diede una pacca sulla spalla a Luigi ed un bacio alla giovane Carolina. Teresa li abbracciò entrambi augurando loro una lunga vita, insieme. Accarezzò il grazioso viso della ragazza e le disse: “La mia figlioccia è diventata grande”[2]. Sul finire del ’73, i promessi sposi fissarono il giorno delle nozze il 7 febbraio dell’anno successivo.
L’atteso giorno arrivò. Era un sabato semplice alla presenza dei soli parenti. La cerimonia venne officiata dal curato coadiutore don Luigi Quarone, in assenza del prevosto don Galassi. I due giovani sposi avevano rispettivamente 26 e 21 anni. Vestivano eleganti entrambi, lui con una giacca nera e il foulard al collo, lei in abito scuro con il colletto bianco ricamato, molto bello. Il loro “Si” echeggiò per tutta la chiesa, grande e vuota perché erano le 7 del mattino. Il curato diede la benedizione agli sposi e ai pochi presenti.
Il matrimonio di Luigi e Carolina, fu impreziosito da un’altra notizia molto bella che ancora nessuno sapeva. Giovanni annunciò: “Lä mé Erculinä lä ‘spetä un fiulin” (la mia Ercolina aspetta un bambino). Ercolina aggiunse: “Al duvris nas ä sitembär” (dovrebbe nascere a settembre). Il desiderio di essere genitori iniziò a crescere anche in Carolina e Luigi.
Felice, volendo fare una battuta ai novelli sposi, esclamò: “Alurä forsä, dev dä fa!” (Allora forza, datevi da fare). Tuttavia, la loro voglia di avere un bambino era piena di interrogativi e perplessità, come la paura di perderlo, o che nascesse con qualche menomazione. Ercolina disse a Carolina e a Luigi: “Se cumincè sübit, mägàri st’an äg nä nasä dü” (se cominciate subito, magari quest’anno ne nascono due). Ercolina, che non sapeva né leggere né scrivere, conosceva semplicemente i mesi dell’anno e riteneva possibili due lieti eventi, il suo e quello di Carolina, che poteva cadere in novembre.
Teresa esclamò: “Solo voi sposi ed il tempo daranno ragione ad Ercolina. Se son rose, le vedremo fiorire!”
[1] Maria Carolina Alessi nacque a Pieve del Cairo il 1°giugno 1853 da Carlo Alessi (1820-1904) e da Teresa Gobbi (1825-1862). Il padre, contadino, era nato a Mede e la madre, Teresa Gobbi, anch’essa contadina, arrivava da Tortorolo. Si stabilirono a Pieve nei primi anni ’40 dell’800 e si sposarono nel 1843. Carolina aveva preso il nome dalla nonna paterna, Carolina Gatti, che non conobbe perché deceduta almeno un decennio prima della sua nascita.
[2] Maria Teresa Carazza fu la sua madrina di battesimo. È sorprendente quanto questa donna fosse già presente nella vita di Felice ancora prima che accadessero tutti questi fatti.
RAGIONAMENTI DI MEZZA ETÀ
Nonno Felice stava attraversando un periodo piuttosto intenso dal punto di vista personale: alla serenità di una famiglia che stava crescendo e l’arrivo delle nuove generazioni, stava sommando le preoccupazioni, i primi acciacchi dovuti ai suoi 54 anni e la consapevolezza del tempo che passa. I suoi occhi avevano visto oltre mezzo secolo di profondi cambiamenti territoriali ed un’Italia messa insieme a piccoli passi, attraverso moti, occupazioni, guerre e tantissimi sacrifici umani. Pensò a quanto gli sarebbe rimasto da vivere e considerata la longevità media della sua famiglia stimò che sarebbe stato in vita ancora un po’. Si mise a fare stranissimi calcoli statistici ragionando sul fatto che sua madre Francesca era morta a 57 anni mentre Severino ad 81. Lui ne aveva 54 quindi era piuttosto vicino all’età della madre ma ancora molto lontano da quella di suo padre.
Tuttavia, se il “mezzo del cammin di nostra vita” era fissato, per sommi capi, a 35 anni, lui era conscio di averli già superati. A quel pensiero, Felice si fermò, rimosse ogni ragionamento dalla mente e andò a lavorare, come faceva ogni santo giorno.
ERCOLINA AVEVA RAGIONE
La famiglia di Giovanni era in apprensione perché tra non molto Ercolina avrebbe partorito. Anche il piccolo Pietro, che ne aveva 6, continuava a chiedere: “Mamä, mamä, quänd äl nasä?” (Quando nasce?). Ercolina lo tranquillizzava dicendogli che sarebbe arrivato presto. Era settembre ed i calcoli che aveva fatto prevedevano il parto per febbraio, cosicché anche il desiderio di Carolina e Luigi si sarebbe avverato. A sua cognata mancava pochissimo, probabilmente due mesi. Carolina, da quando aveva scoperto di essere incinta, passava parecchio tempo con Ercolina e i loro discorsi erano sempre colmi di progetti, speranze, unitamente legati alle preoccupazioni che ogni madre si pone sul futuro dei propri figli.
Il comune desiderio di avere un figlio si concretizzò per primo, come previsto, ad Ercolina che, il mattino del 18 settembre 1874, diede alla luce una bambina che chiamarono Teresa Maria. La gioia, per tutti, fu unanime. Lo stupore del piccolo Pietro fu impagabile, come se avesse visto per la prima volta un arcobaleno dopo un temporale. Le sfiorò quelle manine, le diede un bacino sulla testolina e la piccola dopo avergli accennato qualcosa di molto simile ad un sorriso, si addormentò tra le braccia della mamma. Pietro se ne tornò contento ai suoi passatempi pensando che avrebbe giocato con lei quando sarebbe stata più grande. La bambina fu battezzata la sera stessa nella parrocchia di Pieve del Cairo dal parroco don Giuseppe Galassi, alla presenza dei genitori. Il padrino lo fece il nonno Felice e la madrina Teresa.
Non passò molto tempo e toccò a Carolina provare le tribolazioni e le gioie del parto. La mattina del 13 novembre 1874, Carolina partorì un bellissimo maschietto a cui diedero il nome di Giovanni Battista. Per quei ragazzi fu un emozione unica poter stringere tra le braccia il loro futuro. Guardando il bambino si ricordò delle parole di sua madre: “Bigìn, i fiö ièn no i nos, ät devi läsài ändà” (i figli non sono i nostri, devi lasciarli andare). Perché doveva lasciar andare il suo bambino? Nonostante la preoccupazione, cercò di rassicurarsi associando quella frase al fatto che ogni figlio, prima o poi, doveva prendere la propria strada. Giovanni Battista era un bellissimo bambino, robusto, sano, che urlava come un sträsé (straccivendolo). Mamma Carolina lo stringeva amorevolmente tra le braccia mentre Luigi e Felice, orgogliosi, pensavano che il nome della loro famiglia sarebbe continuato con il piccolo Pietro[1].
Il battesimo del bambino venne celebrato la sera del 13 novembre del ‘74 nella chiesa parrocchiale di Pieve del Cairo da don Giuseppe. Erano presenti i genitori e il padrino che in quell’occasione fu lo zio, Giovanni Degiorgi, fratello di Luigi.
La lieta armonia dovuta alle nascite di Teresa Maria e di Giovanni Battista fu presto interrotta da uno dei tanti colpi di coda del destino: la morte avrebbe fatto visita ancora una volta alla loro famiglia che pur abituata a lutti del genere – come accadeva spesso a quei tempi – non si sarebbe mai rassegnata.
[1] Pietro Degiorgi non si sposò e non ebbe figli. Morirà all’inizio del secondo dopoguerra, nel 1947, a Pieve del Cairo.
UN ALTRO ANGIOLETTO
Nella famiglia di Giovanni ed Ercolina, soltanto due mesi dopo l’arrivo della loro bambina, l’ombra cupa della morte calò inesorabile sugli affetti più cari e indifesi. La mattina del 20 novembre del ’74, Ercolina e Giovanni si svegliarono presto, come al solito, per iniziare una giornata di lavoro. Pietro volò in braccio a papà chiedendogli se potesse andare con lui in campagna: Giovanni acconsentì. Il bambino non si era ancora accorto di nulla, ma Ercolina, quando si avvicinò al lettino della figlia, si accorse subito che qualcosa non andava. Rimase sconvolta, tanto da non credere ai propri occhi quando vide che la piccola Teresa Maria giaceva senza vita, rigida e fredda. Giovanni ed Ercolina avevano perduto per sempre la loro bambina, di soli due mesi di vita.
Il dottor Beccari, che venne chiamato per un controllo, non fece altro che constatare il decesso della piccola per una crisi respiratoria. “Povera piccina, è morta nel sonno” disse affranto ai genitori. Nonno Felice si sedette pensando che era davvero crudele sopravvivere a tutti quei lutti infantili. La bimba venne tumulata nel cimitero di Pieve insieme alla piccola Maria Santina e a Caterina, la figlia di Felice morta a sei anni nel 1857.
IL SOGNO DI FELICE
Al termine di quell’anno (il 1874) pieno di eventi, Felice si trovò solo e pensoso, una sera prima di addormentarsi, a riflettere su quante vicende aveva passato nel corso della sua vita: gioie, dolori, emozioni e lutti. Faticò a prendere sonno finché la stanchezza della giornata di lavoro non ebbe la meglio. Fece un sogno. Gli apparve una figura di donna poco definita che non riconobbe se non per l’intonazione della voce che gli parve familiare. Si trattava della sua Santina che gli parlava da lontano: “Felice, sono io. Ho visto troppi lutti di bimbi, dopo la mia morte. Ti prometto che chiederò a Dio di non farne morire più. La nostra famiglia ha sofferto troppo! Hai fatto bene a seguire il mio consiglio e a risposarti per non rimanere solo”.
Felice però le rispose:” Ancä se äm son rispusà, ä t’hö mai smintià e täm mänchi tänt” (Anche se mi sono spostato, non ti ho mai dimenticato e mi manchi tanto). Nel sogno Felice le formulò una domanda: “Quand ä tucärà ä mi, starumä äncurä insémä?” (Quando toccherà a me staremo ancora insieme?). Santina sorrise e gli rispose: “Allora dovrò aspettarti tanto tempo perché la tua strada è ancora lunga e tortuosa”. In quel preciso istante la figura svanì e Felice si svegliò sorpreso dal canto del gallo. Era mattina.
Quel sogno avrebbe cambiato le cose? Era la prima volta che sognava sua moglie e che si ricordava tutto quanto. Solitamente i suoi sogni erano brevi e aveva alcun ricordo. Santina gli aveva fatto quella promessa, era serena per il suo matrimonio con Teresa e gli avrebbe addirittura detto che sarebbe vissuto molto a lungo.
I sogni, spesso, sono lo specchio della verità e Felice, da quell’esperienza, sentì di esser uscito arricchito, rassicurato ma anche un po’ turbato.